Manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran in Turchia (La Presse)
Pagare un riscatto per poter seppellire un proprio caro. È questa la straziante situazione in cui si trovano migliaia di famiglie iraniane, da quando il regime degli Ayatollah ha scatenato la rappresaglia sui manifestanti scesi in piazza per protestare contro il vertiginoso aumento del costo della vita, provocando migliaia di morti, anche tra chi non ha partecipato alle proteste.
Hanno fatto il giro del mondo le immagini delle file interminabili di sacchi neri riprese all’interno degli obitori, nei cortili degli ospedali, ai bordi delle strade. Il numero delle persone uccise dalla repressione oscilla tra le 2mila e le 5mila, nelle stime più prudenti, mentre altre, prima fra tutte quella elaborata da Iran International, emittente dell’opposizione monarchica iraniana con sede a Londra, restituiscono numeri ancora più alti, tra le 12mila e le 20mila. Tra queste, in base alle verifiche effettuate dalla Human Rights Activists News Agency (HRANA), ci sono 13 minori e 153 membri delle forze di sicurezza. Il numero delle persone arrestate invece, sempre in base ai dati forniti dalla HRANA, sarebbero circa 19 mila.
L’incertezza su quante siano le vittime della scure calata dal regime sul suo stesso popolo è dovuta al buio informativo determinato dal blocco di internet in vigore dallo scorso 8 gennaio nel Paese, e ancora in vigore, imposto proprio per nascondere al mondo le atrocità commesse nella Repubblica islamica da parte delle milizie Basij, delle Guardie della rivoluzione e delle milizie sciite fatte confluire nell’ovest del Paese. Netblocks, osservatorio che monitora le connessioni di Internet, ha ricordato come «è stato solo dopo il ripristino della connessione che nel 2019 divenne nota l'ampiezza della brutale repressione» del regime contro i manifestanti. Le comunicazioni telefoniche invece sono state ripristinate, seppur limitate, qualche giorno fa.
Ma oltre le cifre spaventose c’è un altro elemento che rende ancora più efferata la repressione attuata dal regime degli Ayatollah. Al dolore per l’improvvisa perdita di un figlio, di una figlia, di una madre, di un padre, di una sorella, di un fratello, di uno zio si aggiunge quello di dover pagare i suoi assassini per poter riavere il corpo e poterlo seppellire. Le autorità iraniane infatti hanno iniziato a chiedere alle famiglie un riscatto pari a 700 milioni di toman, equivalenti a 5mila dollari o 4.670 euro, per la consegna delle salme. Se i parenti non possono o non vogliono pagare per il corpo, le autorità lo seppelliscono in enormi fosse comuni senza che alle famiglie venga data notizia su dove si trovino i resti dei loro cari, assassinati dalla brutalità del regime. Se ad essere stata uccisa è una persona di etnia curda però il prezzo sale. In questi casi la cifra richiesta per il riscatto aumenta fino a 1 miliardo di toman, pari circa a 7mila dollari o 6mila euro. È questa la cifra che la famiglia di un operaio edile curdo, arrivata a Teheran per riaverne la salma si è vista richiedere perchè lo fosse consegnata. Per dare un’idea un operaio edile in Iran guadagna una media di circa 86 euro al mese.
Nel buio in cui è sprofondato l’Iran ogni tanto brilla qualche scintilla d’umanità. Come riportato da BBC Persian, ci sono stati numerosi casi in cui il personale degli ospedali ha telefonato alle famiglie dei manifestanti uccisi per avvisarli di recuperare le salme prima dell’arrivo delle forze di sicurezza. È quanto accaduto lo scorso 9 gennaio ad una donna, ignara del fatto che il marito fosse stato ucciso nelle proteste. Dopo aver ricevuto una chiamata sul suo telefono dallo staff dell’ospedale ha recuperato il corpo del marito caricandolo sul retro di un pick up e, insieme ai figli, ha guidato 15 ore fino alla città natale della coppia per seppellire i resti del consorte defunto. «Sono salita sul sedile posteriore del pick-up e ho pianto sul suo corpo per sette ore, mentre i miei figli sedevano sul sedile anteriore», ha raccontato la donna ad una parente che vive nel Regno Unito, che a sua volta lo ha riportato alla Bbc.
A Teheran diverse famiglie hanno fatto irruzione in un obitorio per recuperare i corpi dei propri cari prima che fossero sequestrati dalle forze di sicurezza. «Diverse famiglie, temendo che le autorità potessero conservare i corpi o seppellirli a loro insaputa, hanno sfondato la porta dell'obitorio e hanno tirato fuori i corpi dalle ambulanze», ha raccontato alla Bbc una fonte rimasta anonima. Raccoltesi nel cortile dell’ospedale le famiglie hanno poi vegliato sui corpi nell’attesa di trovare un’ambulanza privata per trasportarli.
BBC Persian riporta inoltre segnalazioni secondo cui i funzionari dell'obitorio Behesht-e Zahra di Teheran avrebbero comunicato alle famiglie che, nel caso avessero dichiarato che il loro figlio era un membro della forza paramilitare Basij ucciso dai manifestanti, il corpo sarebbe stato rilasciato senza necessità di un riscatto. «Le autorità ci hanno chiesto di partecipare a una manifestazione filo governativa - ha scritto in un messaggio inviato alla Bbc un familiare - e di ritrarre il corpo come quello di un martire. Non eravamo d'accordo». Questo è l’Iran di oggi.