Giovedì 15 Gennaio 2026

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La riflessione

Andate a rileggervi Churchill su Hitler sembra che parli dell’America di Trump

Negli anni Trenta l’appeasement aprì la strada alla catastrofe. Oggi il rischio è scambiare l’autoritarismo per folklore politico

15 Gennaio 2026, 09:23

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Trump, presidente Usa

Ci sono uomini che riescono vedere le cose come sono e non come dovrebbero essere, e che pagano la lungimiranza con l’irrisione e l’isolamento. Winston Churchill fu tra questi.

Negli anni Trenta, quando la maggior parte della classe dirigente britannica ed europea si aggrappava all’illusione che Adolf Hitler fosse un leader sgradevole ma in fondo razionale, un nazionalista rumoroso e pittoresco che prima o poi sai sarebbe moderato, Churchill lanciava un solitario grido d’allarme. Nel novembre del 1935, sulle pagine del popolare Strand Magazine , il futuro premier pubblica un articolo intitolato The Truth About Hitler in cui denuncia la barbarie del regime nazionalsocialista, la soppressione delle libertà civili e politiche, gli arresti arbitrari, le rappresaglie contro gli oppositori, gli intellettuali, i sindacalisti, la trasformazione della Germania in un cupo Stato di polizia.

I campi di concentramento già operativi nel 1933, sono il segno inequivocabile di un potere che governa attraverso la paura e l’annientamento fisico e morale di ogni avversario.

Ugualmente dura è la condanna che Churchill riserva alle democrazie occidentali, alla pigrizia di chi finge di non vedere; l’Europa, stremata dal ricordo della Grande Guerra, preferisce raccontarsi che la ferocia nazista sia solo propaganda, che il consenso popolare e la legalità formale bastino a rendere un regime presentabile.

L’ appeasement nasce da questa autoassoluzione collettiva: dall’idea che chiudere un occhio sia sinonimo di realismo politico. Per Churchill è l’esatto contrario: è una forma di codardia che scambia la pace per inerzia e prepara la catastrofe.

Rilette quasi un secolo dopo quelle pagine colpiscono per la loro attualità: anche oggi esiste una democrazia che si vuole immune alle derive autoritarie mentre tollera la sua erosione quotidiana. L’America di Donald Trump non è ancora una dittatura nel senso storico del termine, ma è governata secondo una logica apertamente tirannica.

Il presidente Usa ha privato milioni di poveri dei farmaci contro l’Hiv e dei buoni pasto, ha tagliato l’assistenza sanitaria e alimentare, ha arrestato migliaia di immigrati a caso, separando i bambini dai genitori e deportandoli in campi di detenzione senza processo, ha trasformato l’ICE in una milizia privata che scorrazza per le città con licenza di uccidere e la garanzia di immunità, ha dichiarato guerra alle università e al sapere scientifico, minaccia costantemente gli avversari politici, liquidandoli come terroristi interni, tratta come sudditi e scendiletto gli alleati internazionali.

Donald Trump non concepisce la legge come un argine, ma come un fastidio: qualcosa da piegare, aggirare o delegittimare quando non obbedisce alla sua volontà. I giudici diventano nemici, la stampa un apparato ostile, le istituzioni indipendenti un complotto contro la volontà popolare. Il confine tra Stato e persona si assottiglia fino quasi a scomparire, e l’interesse pubblico viene sistematicamente confuso con quello del capo.

E come reagiscono le democrazie occidentali? Minimizzando, nicchiando, voltandosi dall’altra parte; i governi europei esprimono “preoccupazione”, convocano vertici inutili, affidano la propria coscienza a comunicati irrilevanti che non impegnano nessuno. Le violazioni dei diritti vengono declassate a “controversie interne”, le deportazioni a “politiche migratorie aggressive”, i media più rispettabili parlano di “polarizzazione”, come se l’arresto arbitrario di esseri umani e la demolizione dello Stato di diritto fossero il risultato di un eccesso di vivacità democratica.

Intanto gli opinionisti invitano alla calma, ammoniscono contro i toni apocalittici, ricordano che Trump è stato eletto democraticamente, più o meno lo stesso argomento che si sentiva ripetere negli anni trenta del novecento: Hitler ha consenso, quindi vè legittimo, esagera, ma rientrerà nei ranghi. Le istituzioni internazionali, nate proprio per impedire il ritorno dell’arbitrio, si rifugiano nel formalismo, tramortite e impaurite dalla furia del tycoon e dalla morte del diritto globale, sostituito di nuovo dalla forza. Nel 1935 Churchill spiegava che il giudizio su un leader politico non può dipendere dal suo consenso o dai successi elettorali che consegue ma dalla «moralità delle sue scelte». Impossibile non pensare alla recente esternazione di Trump: «L’unico limite alle mie azioni è il mio senso morale» e non provare un brivido di paura.