Esteri
Shervin Haravi, giurista e studiosa di diritti umani
Il numero delle vittime delle proteste in Iran è ancora molto incerto. Un funzionario iraniano, interpellato dalla Reuters, parla di duemila morti, compresi numerosi membri del personale di sicurezza. Il giornale online “Iran International” sostiene che le persone uccise sono almeno 12mila. I referenti iraniani delle organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani – tra queste “Iran Human Rights” - dicono di aver contato centinaia di morti tra le strade e negli obitori. Come accade nei casi in cui è ostacolato l’accesso alle informazioni, fare stime esatte diventa molto difficile. Di sicuro le immagini di decine di corpi nei sacchi neri dimostrano gli effetti dei violenti scontri nelle piazze e che, come ha evidenziato il New York Times, «il governo iraniano sta conducendo una delle più sanguinose repressioni dei disordini degli ultimi dieci anni». La violenza messa in atto sarebbe tra «le peggiori nella storia recente dell’Iran».
Secondo Shervin Haravi, giurista ed esperta di diritti umani, le manifestazioni di protesta potrebbero infliggere un duro colpo alla Repubblica Islamica, che alla forza brutale contro la popolazione affianca il blocco delle comunicazioni con il resto del mondo. Dagli Stati Uniti nel frattempo è giunto l’incoraggiamento di Donald Trump. «Patrioti iraniani, continuate a protestare - occupate le istituzioni!!!», ha scritto sul social Truth.
Dottoressa Haravi, è in corso in Iran una delle più brutali repressioni contro la popolazione civile?
«Sì, il popolo iraniano, con questa nuova ondata di manifestazioni iniziate da oltre due settimane, sta riscrivendo la propria storia recente con una tenacia e un coraggio esemplari. La partecipazione di massa e la determinazione delle persone a non abbandonare le strade hanno provocato una reazione spietata e crudele da parte del regime, che ha mandato in strada le forze repressive, in particolare i pasdaran e i basiji, autorizzandoli a usare armi da guerra contro i manifestanti. Il risultato è un vero e proprio massacro, accompagnato dall’interruzione di internet, ormai da più di cinque giorni, per avere le mani libere nel portare avanti l’uccisione di persone scese in piazza pacificamente per rivendicare i propri diritti e libertà in un momento di profonda crisi economica del Paese».
Si parla addirittura di 12 mila morti dopo le ultime manifestazioni di protesta. Iran International parla del «più grande massacro della storia contemporanea dell’Iran»…
«Nei primi giorni, le notizie delle uccisioni indicavano numeri a due cifre, ma dall’analisi dei dati provenienti da ospedali, obitori, cimiteri e altre fonti è emerso un numero di oltre dodicimila manifestanti uccisi. Saremmo di fronte al più grande massacro di iraniani nella storia contemporanea del Paese, consumato nel giro di pochi giorni e nel silenzio iniziale delle istituzioni ed organizzazioni internazionali. Questo massacro deve essere fermato immediatamente, prima che il regime si senta definitivamente autorizzato a continuare a uccidere nel buio dell’isolamento informativo».
Il blackout della rete non ha impedito che arrivassero foto e video della repressione. Crede che ci sarà un intervento degli Stati Uniti?
«Il presidente Trump, in diverse occasioni, ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire. Una parte degli analisti ritiene che questo sia il momento “giusto” per un’eventuale azione, perché il popolo è già in strada da settimane e un attacco mirato contro centri di potere politico e militare potrebbe dare un grande aiuto a un popolo che chiede la caduta del regime. Un ulteriore passo decisivo potrebbe essere l’espulsione dei rappresentanti politici della Repubblica islamica dall’Unione europea e il richiamo degli ambasciatori occidentali da Teheran, come segnale di rottura diplomatica e di ferma condanna delle atrocità. Sul piano economico, il sequestro all’estero dei beni degli ayatollah e dei vertici del regime colpirebbe direttamente i loro interessi patrimoniali. Infine, sul fronte interno, si potrebbe ricorrere ad azioni ibride contro le infrastrutture di comunicazione del regime, indebolendone la capacità di coordinare e sostenere la repressione».
Saranno i giovani che permetteranno all’Iran di voltare pagina una volta per tutte?
«La popolazione giovane in Iran, sotto i trent’anni, rappresenta circa il 70% del Paese, ed è evidente che sono e saranno proprio i giovani a cambiare l’Iran. Sono loro i più determinati, perché non vedono alcun futuro dentro questo sistema costruito dalla Repubblica Islamica. Sono loro la maggioranza in piazza e, purtroppo, anche il maggior numero tra le vittime uccise dal regime».
Quanto è credibile Reza Pahlavi? Può davvero essere il leader del nuovo Iran o è solo alla ricerca di visibilità?
«Reza Pahlavi, in questa fase, dopo circa una settimana dall’inizio delle proteste, ha deciso di esporsi pubblicamente con diversi appelli che hanno ottenuto una risposta significativa da parte dei manifestanti, dentro e fuori dal Paese. Va ricordato che molti esponenti di spicco dell’opposizione anti–regime sono in carcere o ridotti al silenzio, e il tempismo di Pahlavi è stato accolto da una parte importante del popolo iraniano come quello giusto. Pahlavi ha dichiarato di essere disposto ad assumersi la responsabilità di guidare una fase transitoria anche dopo la caduta del regime, con l’obiettivo di arrivare a un referendum per far scegliere ai cittadini iraniani la forma di Stato più adatta per il nuovo Iran».