Lunedì 12 Gennaio 2026

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Repressione in Iran

Teheran sconvolta, obitorio di Kahrizak pieno di corpi delle proteste

Video verificati mostrano centinaia di cadaveri, mentre Ong e media parlano di una repressione su scala senza precedenti

12 Gennaio 2026, 06:50

Teheran sconvolta, obitorio di Kahrizak pieno di corpi delle proteste

Iran , notte di proteste di massa a Teheran

Le immagini che arrivano da Teheran stanno facendo il giro del mondo e raccontano con crudezza la portata della repressione delle proteste in Iran. Un video, la cui posizione è stata confermata dall’AFP, mostra decine di corpi ammucchiati fuori da un obitorio nella zona meridionale della capitale, identificati dalle organizzazioni per i diritti umani come vittime degli scontri e delle operazioni di sicurezza contro i manifestanti.

Il filmato è stato geolocalizzato all’obitorio di Kahrizak, ufficialmente noto come Centro Provinciale di Diagnostica Forense e Laboratorio di Teheran. Nelle immagini si vedono sacchi neri contenenti i corpi, allineati all’esterno dell’edificio, e famiglie iraniane che cercano disperatamente notizie dei propri cari scomparsi. L’Ong norvegese Iran Human Rights ha dichiarato che il video «mostra un gran numero di persone uccise durante le proteste nazionali in Iran», mentre l’organizzazione Hengaw ha affermato di aver autenticato le immagini, definendole la prova di un «crimine di notevole portata e gravità».

Anche la CNN ha verificato altri filmati provenienti dalla provincia di Teheran. In uno di questi, una folla di persone è radunata all’interno del Kahrizak Forensic Medical Center, davanti a un monitor che mostra le foto dei defunti. Secondo le informazioni visibili sullo schermo, potrebbero esserci fino a 250 corpi da identificare. Un’altra clip mostra corpi in sacchi neri allineati su un marciapiede fuori dall’edificio, con urla di angoscia e persone in lacrime accanto ai cadaveri, mentre alcuni vengono spostati su un’area sterrata vicina.

La televisione di Stato iraniana Tasnim ha diffuso a sua volta un video dall’istituto di medicina legale, nel quale un giornalista parla con persone in lutto che raccontano che i loro familiari «non erano manifestanti». Un uomo, in lacrime, afferma che la sua amata è stata colpita alla testa da un sasso e che la vittima era filo-governativa. Rivolgendosi alla telecamera, il giornalista riconosce che tra i morti ci sono anche manifestanti che «miravano a scontrarsi» con le forze di sicurezza o «volevano impadronirsi di una base militare», ma aggiunge che «la maggior parte di queste persone erano persone comuni e le loro famiglie sono famiglie comuni».

La violenza non si limita alla capitale. A Mashhad, nell’Iran orientale, la televisione di Stato ha riferito che il generale di brigata Javad Keshavarz, responsabile della forza antidroga, è stato ucciso in «un attacco da parte di rivoltosi armati» intorno alle 21.30 locali. Sui social media circolano immagini di scontri tra forze di sicurezza e manifestanti nella città.

Il bilancio delle vittime resta oggetto di stime drammatiche. La fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi ha denunciato di «aver ricevuto resoconti assolutamente orribili di sparatorie di massa contro i manifestanti da parte delle forze governative iraniane», che avrebbero «causato la morte di oltre duemila manifestanti». Numeri che, se confermati, delineerebbero una delle più gravi repressioni degli ultimi decenni nella Repubblica Islamica.