Domenica 11 Gennaio 2026

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Chi è Reza Pahlavi, il figlio dello Scià che si candida per il dopo ayatollah

Sessantaquattro anni, lasciò l’Iran nell’estate del 1978 per completare negli Stati Uniti la sua formazione come pilota dell’aviazione militare

10 Gennaio 2026, 10:09

Chi è Reza Pahlavi, il figlio dello Scià che si candida per il dopo ayatollah

Dalle piazze rivoltose dell’Iran un nome sta circolando con insistenza. È quello di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià rovesciato nel 1979, tornato a occupare la scena politica dopo quasi mezzo secolo.

«Lunga vita allo scià», «Principe, ti aspettiamo», i cori di una parte dei manifestanti circolano da giorni nei video diffusi sui social e per il momento Pahlavi rimane la sola figura indicata dagli oppositori dopo un eventuale crollo del regime degli ayatollah.

Sessantaquattro anni, lasciò l’Iran nell’estate del 1978 per completare negli Stati Uniti la sua formazione come pilota dell’aviazione militare. Pochi mesi dopo, il crollo della monarchia e l’instaurazione della repubblica islamica avrebbero reso definitivo l’esilio della famiglia imperiale. Alla morte del padre, nel 1980, Pahlavi prestò simbolicamente giuramento come erede al trono sulla base della costituzione del 1906, ormai abolita, assumendo un titolo che resta da allora controverso.

Pahlavi interviene quasi quotidianamente attraverso messaggi video rivolti alle piazze, invitando a mantenere la pressione nelle strade e rivolgendo appelli diretti alle forze di sicurezza affinché si dissocino dal potere e raggiungano la contestazione.

Si propone come garante di una fase di transizione e sostiene la necessità di elezioni libere e di un’assemblea costituente, presentandosi non come restauratore della vecchia monarchia ma come figura genericamente riformista che ha a cuore i diritti umani.

Il crescente interesse crescente attorno al suo nome non va però scambiato per un consenso strutturato e diffuso, ma come un’opzione concreta in mancanza di competitor, senza contare che nonostante i cedimenti il regime degli ayatollah rimane in piedi con tutto il suo temibile apparato di sicurezza sguinzagliato nelle città. Gli slogan favorevoli a Pahlavi restano difficili da quantificare e da pesare perché sono in larga parte amplificati da social network e media d’opposizione in lingua inglese basati all’estero, un circuito che tende a sovrarappresentare alcune figure rispetto alla realtà sul terreno che in pochi riescono a decifrare.

Il possibile ritorno di un membro della famiglia Pahlavi sulla scena risponde soprattutto al vuoto politico scavato da decenni di feroce repressione del dissenso. Lo stesso partito riformista, pur su posizioni più morbide e moderniste, non è certo percepito dai giovani in piazza come uno strumento di liberazione. Le centinaia di ragazze e ragazzi che da tredici giorni sfilano nelle principali città della repubblica islamica sono d’altra parte privi di strutture organizzate, partiti, sindacati o leadership riconoscibili.

Da anni Pahlavi lavora per rafforzare la credibilità del proprio profilo in campo internazionale; già durante le proteste del 2009 e, più recentemente, nel corso del movimento “Donna, vita, libertà” del 2023, ha cercato di federare l’opposizione in esilio. Ha intensificato i contatti diplomatici e mediatici, proponendosi come l’unico interlocutore credibile per un Iran post-Repubblica islamica. Ma anche su questo terreno il sostegno resta prudente. Negli Stati Uniti, in particolare, l’appoggio è tutt’altro che entusiasta. Donald Trump, che ha adottato una linea durissima contro Teheran e si muove attivamente per il changing regime , ha però preso le distanze da qualsiasi investitura esplicita del principe. «E’ un tipo simpatico, non so se abbia davvero consenso», ha nicchiato, aggiungendo che Washington preferisce «aspettare di vedere quali figure emergeranno» dalla crisi iraniana. Una posizione che segnala cautela e l’assenza, per ora, di un candidato sostenuto apertamente dall’amministrazione americana. Un po’ come sta succedendo in Venezuela con la premio Nobel Marìa Corina Machado.

A pesare su Reza Pahlavi è anche la cupa e ingombrante eredità del padre, Mohammad Reza Shah, il cui regime autoritario fu segnato dalle rappresaglie politiche, dagli arresti arbitrari e dalle sistematiche torture operate dalla polizia segreta Savak. L’erede non ha mai preso una posizione netta di condanna su quel passato, un silenzio assordante che continua a suscitare diffidenze, soprattutto tra chi ricorda gli orrori del vecchio regime sostenuto dagli Stati Uniti. Ma anche tra i giovani delle università ben poco sensibili alle ambizioni del blasonato esule.