Il commento
Non è cosa da business as usual, un mero ritorno dell’imperialismo americano e della storica politica del regime change, l’operazione con la quale Donald Trump ha fatto prelevare nel cuore della notte di Caracas Nicolas Maduro e consorte per trasferirli in un carcere a Manhattan.
Si tratta di un’operazione che, anche rispetto al consueto interventismo americano in America Latina - che fino a questa presidenza Trump sembrava tra l’altro finito tra i detriti della Storia - è come un salto nell’iperuranio. O, per meglio dire, un salto in una realtà politica del tutto sconosciuta.
Non si è trattato infatti di appoggiare un colpo di stato interno ad un altro Paese, come fu nel golpe cileno del 1973, quando Nixon e Kissinger sostennero e aiutarono il generale Pinochet a prendere il potere contro il democraticamente eletto presidente socialista Salvador Allende, situazione replicata poi tre anni dopo con Videla in Argentina, instaurando una dittatura militare che a Buenos Aires sarebbe durata 10 anni.
A Caracas si è prelevato con la forza un capo di Stato - per quanto si tratti di un autocrate usurpatore del risultato delle elezioni presidenziali del 2024 - e a trasferirlo in ceppi negli Stati Uniti al fine di farlo giudicare da un tribunale americano per il presunto reato di narcotraffico attraverso il Cartello dei Soli. Poco importa, dal punto di vista geopolitico, che la magistratura americana abbia poi subito dichiarato l’insussistenza di questa accusa, e si vedrà solo ai primi di marzo quali saranno i capi di imputazione per Maduro.
Il punto è che l’operazione, che Trump ha definito “di polizia”, non è tale: per eseguire un mandato di arresto in un Paese estero occorre, come è noto, l’estradizione. Qui invece si è operata quella che nei servizi segreti si chiama “rendition”: una pratica illegale di trasferimento all’estero, in genere per fatti di terrorismo. Un rapimento. E, last but not least, il rapimento di un capo di Stato estero. Una procedura che, secondo alcune fonti, a Trump sarebbe stata suggerita non a caso dalla Cia (che, come si ricorderà, ha operato spesso rendition di presunti fondamentalisti islamici, anche in Italia).
Si è anche parlato, a proposito dell’operazione Maduro, di un ritorno dell’America all’imperialismo. E questo perché, sin qui, molte delle “guerre americane” degli ultimi decenni avevano lo scopo dichiarato, per quanto strumentale, di “esportare la democrazia” liberando l’orbe terracqueo da crudeli e pericolosi dittatori. Puntando al petrolio di Bagdad, questo era lo scopo dichiarato di George W. Bush e di Dick Cheney, nonché di tutti gli ex ragazzi di Nixon che popolavano quella amministrazione, e come sappiamo l’unico risultato raggiunto è stato quello di consegnare Bagdad all’influenza iraniana.
Nel recente caso venezuelano invece Donald Trump ha dichiarato nella conferenza stampa immediatamente successiva alla rendition di Maduro che l’operazione aveva finalità di appropriazione del petrolio venezuelano: “Avremo 30-50 milioni di barili”, “il Venezuela lo gestiremo noi”. La parola “petrolio” in quel discorso Trump l’ha pronunciata una ventina di volte, la parola “democrazia” neanche una. E se Trump valuta “una persona carina, ma senza leadership”, dunque inadeguata a guidare il Venezuela, la premio Nobel trumpista Maria Corina Machado, si è guardato bene dal chiedere che, uscito di scena Maduro, venisse reintegrato al suo posto il legittimo vincitore delle elezioni presidenziali del 2024, Edmundo Gonzales. Si dirà che sarebbe stato certo una strana richiesta da parte di chi ha a suo tempo contestato la legittima elezione di Joe Biden alla Casa Bianca…
Il punto è che si è tolto Maduro da Caracas, ma il Venezuela continua ad esser governato dai maduristi, e pure con pugno pesante: è caccia alle quinte colonne che hanno resa possibile l’operazione della Delta Force. Madurismo senza Maduro, insomma. E ci si chiede, neppure troppo ironicamente, a quale altro capo di uno Stato detentore di consistenti risorse energetiche potrebbe capitare in futuro quel che è accaduto a Maduro.
Si è pure discusso delle fondamenta teoriche di un interventismo di questo tipo. La (ottocentesca) dottrina Monroe, che Trump chiama “Donroe”, con la quale quel presidente degli Stati Uniti, con la parola d’ordine “l’America agli americani” considerò le terre dall’Alaska alla Patagonia come il cortile di casa degli Stati Uniti. C’era, in quegli anni Venti del XIX secolo, preoccupazione per velleità europee sul Nuovo Mondo. E James Monroe intendeva contrastare il colonialismo europeo sul continente, e le repressioni anzitutto spagnole delle lotte di liberazione nei Paesi dell’America Latina: esattamente il contrario dei regime change attuati dagli Stati Uniti negli anni Settanta del XX secolo per ostacolare il dilagante “socialismo bolivariano”. Regime change possibili grazie ad una postilla che nel 1904 Franklin Delano Roosevelt appose proprio all’enunciato di Monroe, passando dalla teoria alla pratica, per affermare il diritto degli Stati Uniti di intervenire in America Latina a difesa dell’interesse nazionale.
Con l’operazione Absolute Resolve, attuata contro i dettami della Costituzione americana, e non rispettando le prerogative del Congresso e tantomeno il diritto internazionale, Trump apre una nuova stagione dell’imperialismo americano. Un ritorno al passato, in farsa, enunciato esplicitamente nelle recenti linee guida della National Security Stategy, che rivendica un “dovere e un diritto” di intervento in Sudamerica. Facile ricordare che Nixon e Kissinger il sostegno a Pinochet per il regime change in Cile cercarono di nasconderlo finché poterono.