Venerdì 09 Gennaio 2026

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Genesi dell’ICE, da agenzia invisibile a milizia paramilitare di Trump

Nata dopo l'11 settembre, l'Immigration and Customs Enforcement è una polizia ibrida, che non risponde a comunità locali né ai procuratori, fuori dal perimetro giudiziario ordinario

08 Gennaio 2026, 17:51

09 Gennaio 2026, 07:52

Ice

Immigration and Customs Enforcement, ovvero l’ICE, un tempo agenzia defilata, quasi invisibile, oggi una milizia paramilitare del presidente Trump per ristabilire law and order nelle città governate dai suoi avversari politici.

L’ICE nasce oltre vent’anni fa, nel cuore della ristrutturazione degli apparati di sicurezza seguita agli attentati terroristi dell’11 settembre 2001. È una delle agenzie create all’interno del Department of Homeland Security, il nuovo super-ministero incaricato di proteggere gli Stati Uniti da minacce interne ed esterne. La sua missione unisce controllo dell’immigrazione, contrasto ai traffici illegali e sicurezza delle frontiere.

Prima del 2003, l’immigrazione era controllata dall’Immigration and Naturalization Service, un’agenzia con una forte componente amministrativa e un rapporto diretto con il Dipartimento di Giustizia. Con l’ICE, quelle funzioni vengono concentrate in un corpo armato federale, dotato di ampi poteri investigativi e coercitivi, ma collocato fuori dal perimetro giudiziario ordinario. L’immigrazione non è più solo una questione burocratica: diventa un problema di sicurezza nazionale.

Da qui nasce l’ambiguità originaria dell’ICE, una polizia senza territorio, che non risponde a comunità locali né ai procuratori; i suoi agenti possono infatti fermare, detenere ed espellere individui senza che questi siano formalmente incriminati da un magistrato. Il controllo giudiziario è limitato, quello politico indiretto, risponde direttamente al governo federale.

Per oltre un decennio, sotto amministrazioni repubblicane e democratiche, questa eccezionalità rimane in parte contenuta e l’ICE resta relativamente marginale nel dibattito pubblico e poco seguita dai media. L’agenzia dispone di grandi mezzi e ha ampi margini d’azione, ma non è un attore centrale della sicurezza interna. Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca cambia tutto, non perché vengano riscritte le regole d’ingaggio o ampliate competenze e poteri, il presidente non modifica l’architettura giuridica: ne sfrutta fino in fondo le ambiguità originarie di questa polizia ibrida. L’agenzia resta formalmente la stessa, ma viene investita di una funzione politica nuova, da strumento tecnico di enforcement diventa braccio operativo (e armato) della presidenza, chiamato a intervenire là dove il potere federale vuole riaffermarsi contro autorità locali considerate ostili.

Il terreno privilegiato di questa torsione sono le grandi città gestite da sindaci democratici e gli Stati guidati da governatori apertamente in conflitto con il tycoon. Le cosiddette sanctuary cities definite dalla Casa Bianca come ricettacoli di criminali e clandestini diventano bersagli simbolici: Los Angeles, Washington D.C., Chicago, l’ICE pattuglia le strade non per rispondere a un’emergenza immediata di sicurezza, quanto per dimostrare che l’ultima parola spetta al presidente, anche contro le scelte politiche delle amministrazioni locali. Questa campagna prende forma attraverso un massiccio rafforzamento di mezzi, uomini e risorse, dallòo scorso gennaio il budget viene triplicato grazie a una legge che stanzia 170 miliardi di dollari in quattro anni per la lotta all’immigrazione irregolare. Parallelamente, dall’estate 2025 è partita una campagna di reclutamento senza precedenti, con l’obiettivo di assumere 10mila nuovi agenti.

Il bando di reclutamento ufficiale dell’agenzia è tutto un programma: «ICE recluta americani patrioti e coraggiosi per espellere criminali stranieri: assassini, stupratori, terroristi, pedofili in situazione irregolare nelle nostre strade», si legge sul sito. A chi si arruola vengono offerti bonus fino a 50mila dollari, rimborsi dei prestiti universitari, benefici pensionistici rafforzati. Non è solo una campagna di assunzioni pubbliche: è una mobilitazione ideologica, un chiamata alle armi in un corpo di polizia presentato come avanguardia morale della nazione.

Con simili premesse l’impatto della nuova ICE sul territorio non poteva che essere destabilizzante come abbiamo visto nell’ultimo anno; le operazioni assumono una dimensione sempre più spettacolare e intimidatoria con raid nei parchi pubblici in presenza di bambini, arresti durante posti di blocco improvvisati, interventi in quartieri privi di criminalità dove vivono lavoratori senza documenti come mostrano le migliaia di video che circolano sui social. Secondo un conteggio del New York Times, precedente all’uccisione di Renee Nicole Good a Minneapolis, negli ultimi 12 mesi gli agenti dell’immigrazione hanno aperto il fuoco contro almeno nove persone, tutte a bordo di veicoli, mentre stando a un’inchiesta del Guardian, nel solo 2025 almeno 32 persone sono morte nei centri di detenzione gestiti dall’ICE: un triste record dovuto alle condizioni di sovraffollamento e al collasso del sistema detentivo.

In questo contesto, parlare di “milizia presidenziale” non è un’iperbole o una provocazione retorica: l’ICE non è un corpo illegale, ma è diventata un agenzia di sicurezza politica, che risponde in modo sempre più diretto e verticale alla volontà dell’esecutivo, utilizzato per regolare conflitti politici interni e riaffermare l’autorità federale contro territori governati dall’opposizione.