ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL'IRAN
A quasi due settimane dallo scoppio delle proteste il regime iraniano, già messo alle corde da una dura crisi economica, inizia a vacillare sotto la pressione di un numero sempre maggiore di persone che si sta unendo alle manifestazioni.
Tutto è iniziato il 28 dicembre dal Gran Bazar di Teheran, dove i negozianti, alla notizia dell’ennesima svalutazione del rial, hanno abbassato le serrande e incrociato le braccia per protestare contro il costo della vita che in Iran è diventato ormai insostenibile, con l’inflazione generale schizzata al 40% facendo svalutare la moneta locale fino ai suoi minimi storici. Il primo ministro iraniano, Masoud Pezeshkian, in un primo momento si è mostrato comprensivo e ha chiesto alle forze di sicurezza di ascoltare le «legittime rivendicazioni» dei manifestanti, cambiando tuttavia poi postura nei confronti delle proteste e attribuendole al lavoro di «agenti stranieri».
L'agenzia di stampa iraniana per gli attivisti per i diritti umani (HRANA), che ha sede all'estero, ha riferito che la repressione ha causato 36 vittime e circa 60 feriti e le forze di sicurezza hanno arrestato più di 2mila persone. Le manifestazioni si sono presto propagate nel resto del Paese fino a interessare 17 delle 31 province della Repubblica Islamica, e raggiungendo anche quelle più remote come il Baluchistan e l’isola di Qesh.
Oggi migliaia di manifestanti si sono riunite al gran Bazaar di Teheran e in altri punti della capitale gridando lo slogan «morte al dittatore», mentre nella notte tra martedì e mercoledì il regime avrebbe perso il controllo della città di Abdanan, nella provincia occidentale di Ilam. Secondo quanto riportato da fonti locali alcuni reparti delle forze sicurezza sarebbero state respinte dai manifestanti mentre altre unità si sarebbero unite alle proteste. In un video circolato su Telegram si vede il personale di sicurezza che dal tetto di una caserma mostra il proprio appoggio al corteo di manifestanti che passa nella strada sottostante.
Un’altra città, Malekshah nella provincia di Kermanshah, sarebbe caduta nelle mani dei manifestanti. Negli scorsi giorni la polizia ha aperto il fuoco sulla folla provocando un numero non precisato di morti e feriti. Poco dopo le forze dell’ordine hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, della vicina città di Ilam, dove erano stati portati i feriti. Gli agenti di sicurezza hanno tentato di entrare e arrestare alcuni feriti ricoverati in ospedale, ma hanno incontrato la resistenza dei loro parenti e di alcuni membri del personale medico. Secondo le immagini diffuse domenica sera, gli agenti di sicurezza sono infine entrati nell’ospedale con violenza e sono state persino diffuse immagini di gas lacrimogeni lanciati all’interno dell’ospedale.
Sulla vicenda è intervenuto il Dipartimento di Stato Usa americano che ha definito il raid nell’ospedale di Ilam un «crimine contro l’umanità». Anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, era intervenuto sulla repressione delle proteste nella Repubblica islamica. «Se l’Iran spara e uccide manifestanti pacifici, come è sua abitudine - ha scritto Trump in un post su Truth il 2 gennaio - gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire».
Dichiarazione a cui ha replicato la guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. «Coloro che dicevano che la soluzione dei problemi del Paese stava nel negoziare con gli Stati Uniti hanno visto cosa è successo - ha scritto Khamenei in un post su X - Mentre l’Iran negoziava, il governo Usa preparava piani di guerra. Non cederemo al nemico». Anche il capo delle forze armate di Teheran è intervenuto sulle minacce degli Stati Uniti. «L'Iran islamico considera l’escalation della retorica nemica contro la nazione iraniana una minaccia e non tollererà che continui senza una risposta», ha detto il generale Amir Hatami, citato dall’agenzia di stampa Fars.
Nel frattempo però Washington, galvanizzata dall’operazione venezuelana, ha già messo in moto la sua macchina da guerra. Ieri numerosi velivoli della United States Air Force, inclusi aerei da trasporto pesante C-5 e C-17 e decine di aerocisterne per il rifornimento in volo sarebbero decollati sia dagli Stati Uniti che da una base americana nel Regno Unito, dirigendosi verso il Medio Oriente. Questo trasferimento in corso di forze e mezzi in un’area già ad altissima tensione, secondo diverse valutazioni, rifletterebbe i preparativi per possibili attacchi contro l'Iran. L’impiego di aerei da trasporto di questo tipo, infatti, è solitamente associato a scenari di escalation militare o alla preparazione di operazioni su vasta scala.
Tra le forze schierate ai confini della Repubblica islamica ci sarebbe anche la famigerata Delta Force, coinvolta nella recente esfiltrazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, alleato di Teheran. Inoltre nei cieli iraniani sarebbe stato avvistato un “treno” di satelliti Starlink, che sarebbero stati lanciati tra il 5 e il 6 gennaio. La notizia è circolata a seguito della pubblicazione su X da parte di UK Inform di un video che mostrerebbe i satelliti di Starlink sorvolare il territorio iraniano. La presenza di Starlink potrebbe ridimensionare gli effetti di un blocco alla rete internet, strumento utilizzato spesso in passato da parte delle autorità iraniane per evitare il propagarsi delle proteste.