Giovedì 08 Gennaio 2026

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Groenlandia, l’Europa in trincea contro Trump: cortocircuito nella Nato

Dichiarazione congiunta dei leader dell’Unione (c’è anche Meloni): «L’isola appartiene al suo popolo»

06 Gennaio 2026, 17:59

07 Gennaio 2026, 08:22

Groenladia

«La Groenlandia appartiene al suo popolo». Con una dichiarazione congiunta tanto rara quanto esplicita, i leader europei fanno quadrato di fronte alle minacce di Washington: Emmanuel Macron, Friedrich Merz, la premier danese Mette Frederiksen coinvolta in prima persona e persino la “trumpiana” Giorgia Meloni, difendono il rispetto dell’integrità territoriale dell’isola artica, riaffermando l’inviolabilità dei suoi confini: «La sicurezza nell'Artico deve essere ottenuta collettivamente, insieme agli alleati della Nato rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l'integrità territoriale e l'inviolabilità dei confini Questi sono principi universali, e non smetteremo di difenderli».

Il testo arriva sulla scia delle ultime, dichiarazioni di Donald Trump, ringalluzzito dal sequestro-arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e pronto per le successive conquiste: «Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia», dice il presidente Usa evocando un possibile intervento «entro due mesi». Da parte sua Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca spiega, con estrema noncuranza, che gli europei «non sono in grado di opporsi» all’occupazione militare Usa.

La determinazione, spesso brutale, con cui il tycoon sta perseguendo i suoi obiettivi in ogni parte del pianeta, impone di prendere molto sul serio anche le surreali minacce nei confronti di un membro dell’Alleanza atlantica. Ricchissima di terre rare, la Groenlandia è la più grande isola del mondo, ma conta appena 56.000 abitanti, in larga maggioranza di etnia inuit. Per oltre due secoli colonia danese, ha ottenuto nel 1979 l’autonomia interna e nel 2009 un ulteriore rafforzamento dei propri poteri, fino a gestire direttamente la politica interna, la giustizia e lo sfruttamento delle proprie risorse naturali.

Alla Danimarca restano la difesa del territorio e le linee guida di politica estera, esercitate però in costante coordinamento con il governo di Nuuk. Questo status intermedio, né Stato sovrano né semplice regione, fa della Groenlandia un attore atipico nel sistema internazionale. L’isola non fa parte dell’Unione europea, da cui è uscita nel 1985, ma rientra a pieno titolo nella Nato in quanto territorio del Regno di Danimarca. Sul suo suolo è inoltre presente da decenni una base militare Usa strategica per il sistema di difesa e di allerta missilistica degli Stati Uniti, eredità diretta della guerra fredda. In tal senso a Trump basterebbe far uscire i marines dai compound per occuparla in poche ore e piantare la bandiera stelle e strisce.

Una fuga in avanti che provocherebbe un vero e proprio cortocircuito all’interno della Nato; in teoria Copenaghen potrebbe invocare l’articolo 5 del Trattato di Washington, che prevede la difesa collettiva in caso di aggressione a uno Stato membro. Ma qui i protocolli si scontrano con la realtà politica. L’articolo 5 non è automatico: richiede una decisione condivisa, presa all’unanimità. Gli Stati Uniti, parte in causa, potrebbero infatti facilmente bloccare qualsiasi risposta. L’Alleanza si troverebbe così paralizzata, incapace di difendere uno dei suoi membri da un altro membro, anzi dal suo maggior azionista. Un paradosso giuridico e politico che svuoterebbe di significato il principio fondante della Nato: la solidarietà difensiva.

Non sarebbe la prima volta che l’Alleanza si mostra impotente di fronte a conflitti interni. Il caso di Cipro, conteso da decenni tra Grecia e Turchia resta una ferita mai rimarginata. Ma si trattava di uno scenario “laterale”, un confronto tra Stati Uniti e Danimarca avrebbe un peso incomparabilmente maggiore, per la prima volta, il garante ultimo della sicurezza occidentale diventerebbe l’attore principale dell’instabilità, l'artefice del caos. Se l’Alleanza non fosse in grado di reagire a una violazione così evidente della sovranità di un suo membro, verrebbe meno la sua ragione di esistere e probabilmente è proprio questo l’obiettivo di Trump e dei suoi strateghi.

Il cortocircuito è anche politico: una Nato incapace di tutelare l’integrità territoriale di uno dei suoi membri perderebbe autorità morale nel rivendicare il rispetto del diritto internazionale da parte di attori esterni, a cominciare dalla bellicosa Russia di Vladimir Putin. Qualsiasi condanna di aggressioni o di annessioni territoriali apparirebbe inevitabilmente indebolita, se non del tutto svuotata di significato. L’intero impianto narrativo occidentale, fondato sulla difesa dell’ordine internazionale attraverso la diplomazia e il diritto, salterebbe in aria perché sabotato dal suo principale esponente. Per non parlare della povera Unione europea che in un quadro di evidente asimmetria militare, si troverebbe costretta a specchiarsi nella propria vulnerabilità. È anche per questo che il caso Groenlandia viene percepito come una linea rossa. Non riguarda soltanto il destino di un territorio artico scarsamente popolato, ma la sopravvivenza dell’intero sistema di alleanze costruito dopo la Seconda guerra mondiale.