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Attesa una svolta

Attentato a Ranucci, dopo mesi di indagini non ci sono risposte

Le indagini della procura di Roma appaiono ferme e alimentano polemiche e interrogativi sulla libertà di stampa

02 Gennaio 2026, 09:16

Attentato a Ranucci, dopo mesi di indagini non ci sono risposte

Ranucci

Fra i fatti di cronaca giudiziaria che nel 2025 hanno avuto grandissima risonanza nell'opinione pubblica vi è certamente l'attentato, avvenuto nella notte fra il 15 e 16 ottobre scorso, a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report su Rai3.

Un episodio che, come si ricorderà, finì anche all'attenzione del Parlamento europeo a proposito del dibattito sulla libertà di stampa e sulle minacce ai giornalisti investigativi.

Da allora, però, le indagini per risalire agli esecutori dell'attentato paiono essere finite su un binario morto, circostanza che nelle ultime settimane ha suscitato il durissimo intervento del senatore Alberto Balboni (FdI), presidente della Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.

«La Procura di Roma brancola nel buio. Dopo le indiscrezioni sul coinvolgimento di fantomatici ex militari dell'Est Europa, della malavita albanese, della criminalità connessa agli ultrà di calcio, la Procura starebbe seguendo la pista camorristica per via di una lettera anonima ricevuta e ciò a indicare che le indagini sono ancora a un punto morto», aveva stigmatizzato Balboni. «E questo - aveva aggiunto - nonostante sia stata posizionata un’artigianale bomba carta, ovviamente priva di timer o detonatore a distanza e che quindi dovrebbe rendere particolarmente agevole poter indagare avvalendosi di banali strumenti, come le cellule telefoniche o le telecamere di sorveglianza».

«È inquietante che non si riesca a venire a capo dei responsabili del gravissimo attentato a Ranucci che ha assunto una rilevanza ancora più forte in virtù delle congetture su un coinvolgimento del governo. Ogni giorno senza un responsabile serve soltanto a continuare ad alimentare sospetti di ogni genere», aveva quindi sottolineato Balboni, rivolgendosi anche al ministro della Giustizia Carlo Nordio affinché venisse in Aula a riferire su «questa assurda vicenda».

L'ordigno, quanto mai rudimentale, era stato nascosto tra due vasi all’ingresso della villetta del giornalista a Campo Ascolano, sobborgo alla periferia di Pomezia, comune a sud della Capitale.

Con l’esplosione era andata distrutta l’auto di Ranucci - già peraltro sottoposto a tutela - danneggiando gravemente quella della figlia che aveva parcheggiato appena mezz’ora prima.

Secondo quanto emerso dalle analisi tecniche, la bomba sarebbe stata composta da circa un chilo di esplosivo, una miscela di polvere pirica e gelatina da cava, azionata con una miccia collocata nella parte superiore. L’ordigno era privo, come detto, di timer o detonatore a distanza.

Sigfrido Ranucci, nelle prime dichiarazioni, aveva ricordato che in passato davanti alla sua casa erano stati ritrovati dei “proiettili”.

Le indagini, condotte dai carabinieri, furono affidate alla Direzione distrettuale antimafia di Roma che aveva ipotizzato il reato di danneggiamento e la violazione della legge sulle armi con l'aggravante del metodo mafioso. «È un atto gravissimo», aveva commentato il procuratore capo Francesco Lo Voi, auspicando che si fosse trattato di un episodio isolato, "che non faccia tornare ai tempi bui degli attacchi alla stampa".