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A Norimberga si processò la Storia, da lì partì l'evoluzione del diritto internazionale

Quasi ottanta anni fa, il 1° ottobre 1946, si concluse il processo celebrato nella città tedesca, che condusse alla sbarra i 22 esponenti più importanti del nazismo, 12 dei quali furono condannati a morte per impiccagione

01 Gennaio 2026, 17:18

Una scena del film "Norimberga"

Il film “Norimberga”, in questi giorni nelle sale cinematografiche, riporta all’attenzione le pagine più buie della Storia europea e dell’umanità. Quasi ottanta anni fa, il 1° ottobre 1946, si concluse il processo celebrato nella città tedesca, che condusse alla sbarra i 22 esponenti più importanti del nazismo, 12 dei quali furono condannati a morte per impiccagione. Ancora una volta Hollywood ha presentato episodi e personaggi - non senza abbandonarsi alla tentazione di classificare i “buoni” e i “cattivi” – che hanno portato alla distruzione e poi alla costruzione di un nuovo mondo, basato su nuovi principi giuridici.

In Norimberga il regista James Vanderbilt si è affidato a Russell Crowe e a Rami Malek per indagare nei meandri nascosti di una delle menti “più raffinate” e votate al male del Terzo Reich, Hermann Göring, interpretato dall’ex Gladiatore. Malek è invece lo psichiatra dell’esercito statunitense, il tenente colonnello Douglas Kelley, al quale viene affidato un delicato compito, difficile da assolvere completamente: tracciare il profilo psicologico di Göring. Il gerarca nazista fu uno degli uomini più fedeli a Hitler. Per diversi anni comandò l’aeronautica tedesca. Fu, inoltre, il malefico suggeritore della “soluzione finale” con lo sterminio di milioni di ebrei. Göring cadde in disgrazia per aver collezionato una serie di fallimenti militari, a partire dal mancato contenimento degli attacchi aerei alleati che portarono alla distruzione di decine di città tedesche. Dopo il suicidio di Adolf Hitler e di Eva Braun nel bunker di Berlino il 30 aprile 1945, Hermann Göring sperò di eliminare ogni macchia delle proprie responsabilità, sostenendo, così come tentarono di fare altri gerarchi ed esponenti del nazismo, di essersi limitato ad assecondare le volontà del führer.

Nella pellicola di Vanderbilt lo psichiatra militare Kelley è impegnato non solo a studiare la mente dei criminali nazisti. A lui spetta un altro compito ingrato. Deve evitare che i ventidue imputati di Norimberga realizzino propositi suicidari, come quelli che riguardarono Hitler, Goebbels e Himmler. Missione quasi compiuta. Lo strizzacervelli non riuscirà però a conoscere fino in fondo la personalità di Göring, un uomo narcisista e manipolare, abile nel mettere in soggezione l’ufficiale americano e nell’invertire spesso i ruoli di medico e di paziente. Nonostante fosse riuscito a dialogare con il più borioso e arrogante dei gerarchi nazisti e ad instaurare con lui un rapporto di fiducia, Kelley non riuscì ad evitare il suicidio di Göring con il cianuro il giorno prima dell’esecuzione capitale.

Ma cosa è stato il processo di Norimberga? Quali insegnamenti ha offerto all’umanità? La giustizia più trasformarsi in vendetta? Tutti questi interrogativi hanno per decenni assillato giuristi, storici e massimi rappresentanti delle istituzioni, i quali, sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, hanno lavorato per ricostruire l’Europa. Hans Frank, soprannominato il “boia di Cracovia”, condannato a morte dopo il processo di Norimberga, governò la Polonia dal 1939. Da lui partirono gli odiosi ordini con i quali si attuò la persecuzione degli ebrei, degli oppositori politici e dei diversi. Il “boia di Cracovia” fu considerato il responsabile della morte di milioni di uomini, donne, bambini e anziani con la creazione dei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Majdanek, Chelmno, Belzec e Sobibor. La sua crudeltà è riassunta in queste parole pronunciate il 16 dicembre 1941: «A Berlino ci hanno detto di non rendere le cose troppo difficili: a meno che quei territori o i nostri territori se ne facciano qualcosa, dobbiamo semplicemente liquidarli! Nessuna commiserazione, dobbiamo distruggere gli ebrei ovunque li troviamo, e ovunque sia possibile».

Nell’aula del medievale palazzo di giustizia di Norimberga, uno dei pochi edifici rimasti in piedi durante la guerra, i più importanti esponenti del nazismo vennero portati davanti a un Tribunale militare internazionale allestito dai Paesi vincitori - Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia - ai quali spettarono un giudice e un sostituto procuratore. Il procuratore capo fu lo statunitense Robert H. Jackson, affiancato dal britannico Harley Shawcross. Jackson formulò i capi di accusa (complotto, crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità) e si scontrò con il difensore di Göring, l’avvocato Otto Stahmer. Il legale presentò un’eccezione apparentemente incontestabile, basata sul principio _nullum crimen, nulla poena sine lege_ , per impedire che il processo si celebrasse. Secondo Stahmer, i gerarchi nazisti non potevano essere accusati, processati e puniti per un reato non previsto da una legge già esistente nel tempo in cui fu commesso. Pertanto, nessuno poteva essere punito sulla base di norme create post factum. Le tesi della difesa vennero smontate dal procuratore Robert “Justice” Jackson. Anche se la Germania non assunse sempre obblighi internazionali con la firma di accordi non poteva esimersi dal rispettare norme che avrebbero vincolato tutti. Oltre ai trattati bilaterali e multilaterali, vi sono regole universali “in movimento” che tutti sono tenuti a rispettare.

Inoltre, il procuratore statunitense rilevò un altro aspetto. La Germania non aveva ancora firmato un trattato di pace, per cui la commissione alleata di controllo era titolare della sovranità temporanea, compreso il potere di governo, sul territorio tedesco. Il processo, a detta di Jackson, non si trovava sotto il tetto del diritto internazionale con l’applicazione del principio _nullum crimen sine lege_ , ma nasceva come atto regolato dall’interno, disposto dal governo militare tedesco. Una nuova chiave di lettura del diritto internazionale con una interpretazione del caso specifico che permise al Tribunale di Norimberga di lavorare e arrivare a sentenza con quasi tutte le verità – la Russia temeva che i nazisti sotto processo rivelassero relazioni pericolose tra Mosca e Berlino – delle nefandezze della Seconda Guerra Mondiale venute a galla.

Nel processo conclusosi ottanta anni fa i “volenterosi carnefici di Hitler” non furono accusati di genocidio. Questa parola venne inventata nel 1944 dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, che si impegnò a lungo affinché la giustizia internazionale tenesse conto della nuova fattispecie di crimine. Il lavoro di Lemkin non fu però vano. Il 9 dicembre 1948, il giorno prima dell’approvazione della Dichiarazione universale dei diritti umani, vide la luce nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite la Convenzione sul crimine di genocidio. Un altro passo fondamentale nel tentativo di dare giustizia alle vittime di un crimine abominevole, che ha continuato ad insanguinare il mondo fino ai giorni nostri.