Giovedì 01 Gennaio 2026

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Dai bazar all’università la rivolta trasversale spaventa gli ayatollah

A preoccupare Teheran è la natura trasversale della mobilitazione: in piazza non ci sono soltanto studenti e attivisti, ma categorie che hanno storicamente garantito una forma di stabilità sociale

01 Gennaio 2026, 16:27

Dai bazar all’università la rivolta trasversale spaventa gli ayatollah

La miccia non è scattata nelle università né nei quartieri simbolo del dissenso politico, ma tra le vetrine affollate del grande bazar di Teheran. A protestare per primi sono stati i venditori di telefonini; negli ultimi mesi i prezzi degli smartphone sono raddoppiati a causa della svalutazione del rial e delle restrizioni sulle importazioni. Poi a ruota è toccati ai venditori di tessuti, di generi alimentari, di materiali elettrici, tutti uniti contro il carovita e un’economia alla canna del gas. Da lì, la protesta si è allargata rapidamente, salendo di livello, fino a raggiungere gli studenti e a trasformarsi in contestazione aperta del potere.

Dopo oltre un anno nei cortei si è tornati a invocare la fine del regime degli ayatollah, qualcuno ha persino scandito il nome di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, altri hanno chiesto apertamente la testa della Guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni ddegli ultimi giorni hanno interessato una trentina di città. A Fasa, nel sud del Paese, i dimostranti hanno preso d’assalto l’edificio del governatorato; altrove si sono registrati arresti e scontri con la polizia antisommossa. A Kouhdasht, nell’ovest, un giovane membro del Bassij, la milizia dei Pasdaran, sarebbe rimasto ucciso, secondo la versione ufficiale, «per mano dei rivoltosi». Episodi gravi, ma ancora lontani dalla portata del movimento esploso tre anni fa dopo la morte di Mahsa Amini. Ed è proprio questa differenza a spiegare la risposta, per ora relativamente prudente, delle autorità. La mitezza apparente del regime non è segno di apertura, ma di timore.

A preoccupare Teheran è la natura trasversale della mobilitazione. In piazza non ci sono soltanto studenti e attivisti, ma categorie che hanno storicamente garantito una forma di stabilità sociale: i commercianti dei bazar, i piccoli imprenditori, una classe media urbana impoverita ma ancora centrale nel tessuto economico del Paese. Colpirla frontalmente significherebbe rischiare una frattura profonda del patto implicito su cui la Repubblica islamica si regge da decenni. Inoltre, la protesta nasce su un terreno — quello dell’inflazione e della sopravvivenza quotidiana — che il regime non può liquidare come un complotto ordito dall’occidente. Da qui una strategia di contenimento più che di repressione: riconoscere formalmente la legittimità delle rivendicazioni economiche, isolare i focolai più radicali, spezzare i collegamenti tra bazar, università e piazza. Il presidente Masoud Pezeshkian ha parlato di richieste «comprensibili», i media di Stato ne hanno dato conto, evento raro, mentre il governo ha ordinato la chiusura delle università, ufficialmente per risparmiare energia a causa del freddo, in realtà nel tentativo di interrompere la dinamica contagiosa della contestazione.

Le linee rosse, tuttavia, restano intatte. Il procuratore generale lo ha ribadito senza ambiguità: qualsiasi tentativo di trasformare la mobilitazione in un’azione di destabilizzazione del potere sarà duramente sanzionato. Il sistema di potere degli ayatollah è indebolito, sul piano interno e internazionale, ma continua a reggersi su un apparato di sicurezza efficace e pervasivo. Dopo il movimento “Donna, vita, libertà”, è stata fatta qualche concessione, limitando i poteri della polizia morale e allentando le norme sul velo, ma sul piano politico tutto è come prima.

I Guardiani della Rivoluzione, colpiti duramente dai raid israeliani dell’estate scorsa all’interno dell’Iran mantengono saldamente il controllo. Intanto la crisi economica continua a mordere: un’inflazione oltre il 50%, destinata a crescere nel 2026, e salari che il governo ha già annunciato non aumenteranno oltre il 20%.

È in questo contesto di crisi che è arrivato l’endorsement più controproducente possibile. Sul suo profilo X, il Mossad ha salutato le manifestazioni, invitando i dimostranti a continuare per infliggere una spallata decisiva al regime degli ayatollah. Un sostegno di cui la protesta iraniana non aveva alcun bisogno, e che rischia di trasformarsi in un abbraccio mortale: perché nulla, per il potere di Teheran, è più utile di un nemico esterno che consenta di delegittimare la piazza e giustificare, domani, una repressione ben più dura.