Si apre domani a Roma e proseguirà fino a domenica il 35esimo Congresso dell’Associazione nazionale magistrati. Facciamo il punto con Salvatore Casciaro, segretario generale dell’Anm.
Siamo in una fase di transizione, è in atto un profondo progetto di riforma che riguarda diversi campi del diritto e viviamo tutti attese di cambiamento. Ma siamo anche pervasi da inquietudini, con una pandemia che non è ancora dietro le spalle e una guerra nel cuore dell’Europa che porta con sé una crisi economica ed energetica che si riflette sul tessuto sociale del Paese. Di qui il titolo del congresso che vuole esprimere questa spinta a “progredire”: di certo, verso una giustizia più rapida, in cui però l’efficienza non si trasforma in modello ideologico e non si afferma a scapito della qualità della risposta giudiziaria.
La giustizia è stata a lungo terreno di scontro e, in questo approccio divisivo, si sono talora persi di vista gli interessi della collettività. L’auspicio è che si possa avviare una fase nuova e che si passi a un confronto sereno, affrontando le emergenze che toccano più da vicino i cittadini. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza mette giustamente al centro la giustizia civile, che guarda alle esigenze di coloro che, rivolgendosi al giudice, confidano di risolvere i problemi quotidiani delle loro vite. Prima ancora che all’Europa, a quei cittadini occorre dare risposte.
La buona politica muove dalla dialettica delle contrapposte visioni e approda a una sintesi, e, in questo percorso, unisce le migliori forze del Paese. Di questo mi pare, almeno dai primi annunci degli esponenti politici, vi sia una piena consapevolezza. È chiaro che le scelte di fondo sulla giustizia competono alla politica, ma mi attendo si sviluppino nel rispetto dei principi cardine dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. A fronte di soluzioni che dovessero entrare in frizione con tali principi, l’Anm avrebbe il diritto/ dovere di fornire il suo contributo di scienza ed esperienza per chiarirne i potenziali effetti sui diritti dei cittadini.
Non spetta a me dirlo, chiunque sia spero abbia una predisposizione all’ascolto dei problemi del mondo della giustizia che sono gravi e molto urgenti. Pensi che proprio adesso, che miriamo ad abbattere l’arretrato del 90% e i tempi dei processi civili del 40%, abbiamo ben 1.600 magistrati in meno rispetto alla pianta organica, con una percentuale di scopertura che raggiungerà a breve la soglia del 20%. Le sembra possibile? Ecco, spero che il nuovo ministro sia pronto a misurarsi con pragmatismo sui quotidiani affanni della giurisdizione.
Come sa, abbiamo evidenziato, e cercato di comunicare all’opinione pubblica, quali fossero i pericoli insiti nella riforma ordinamentale varata nella precedente legislatura, in relazione alla quale abbiamo manifestato, restando ahimè inascoltati, la nostra ferma contrarietà, anche attraverso la sofferta decisione dello sciopero. Attenderemo di conoscere le posizioni del nuovo esecutivo sull’esercizio della delega, è presto per fare delle valutazioni.
C’è tanto da fare, il nemico invisibile è l’immobilismo. Serve intervenire sulle situazioni di sovraffollamento carcerario, ma anche assicurare assistenza psicologica a chi è in difficoltà e nuovi investimenti per la manutenzione degli istituti e per il personale della polizia penitenziaria. Umanità del trattamento e rieducazione del condannato sono concetti che vanno declinati nel rispetto della dignità delle persone.
L’auspicio è che siano presto nominati i membri laici e che il Consiglio superiore della magistratura, nella nuova composizione, possa svolgere a pieno la sua funzione con personalità di alto profilo che contribuiscano a un recupero di autorevolezza e credibilità dopo una stagione a dir poco tormentata.
Siamo nel campo delle pure ipotesi. Mi lasci soltanto dire che è una idea pittoresca quella che descrive la magistratura associata costantemente sul piede di guerra.