Mercoledì 01 Aprile 2026

×

Con il referendum ha perso l’Italia del bipolarismo forzato. Il dibattito sulla legge elettorale ne tenga conto

L'esito della consultazione non ha decretato la sconfitta di uno schieramento politico ma il rifiuto della logica del plebiscito continuo

01 Aprile 2026, 17:45

Con il referendum ha perso l’Italia del bipolarismo forzato. Il dibattito sulla legge elettorale ne tenga conto

Il referendum del 22 e 23 marzo non ci ha consegnato soltanto un esito politico: ha restituito una verità più profonda. Il bipolarismo non può governare questo Paese. La riforma è stata respinta in una consultazione che ha visto un’affluenza vicina al 60%. Un dato significativo: quando gli italiani partecipano lo fanno per sottrarsi alla pretesa di uno dei due poli di rappresentare l’intera nazione.

Paolo Mieli, nel suo recente editoriale sul Corriere della Sera, ha letto il dopo voto dentro lo schema consueto: chi guida il centrosinistra, chi raccoglie l’eredità della sconfitta, se sia tempo di primarie o di elezioni anticipate. È una lettura lineare, ma che non coglie il significato più profondo del voto. Il voto referendario non ha incoronato nessuno. Ha fatto qualcosa di diverso, ha punito, ancora una volta, la personalizzazione dello scontro politico e la pretesa di trasformare una scelta di architettura costituzionale in un plebiscito sul governo in carica. E, in questo, ha confermato una tendenza già evidente: la difficoltà degli italiani a riconoscersi nella logica dei due fronti contrapposti.

Da Mani Pulite in poi, il copione si ripete con una ostinata regolarità. Il consenso si coagula attorno a una forza che interpreta il momento contingente, senza mai diventare appartenenza. Alla tornata successiva si ritrae e si ricompone altrove. Non esistono due blocchi duraturi: esiste un elettorato che concede fiducia a tempo e la revoca con la stessa rapidità.

Quello che non si coglie, in questa analisi, è che non ha vinto nessuno, hanno perso tutti: non ha vinto la sinistra, non ha vinto un nuovo leader, non ha vinto un’alternativa politica compiuta. Se una vittoria vi è stata, è stata pagata con il prezzo della perdita di autorevolezza, confinata dentro il perimetro della magistratura. Ma il dato politico è un altro: il voto ha voluto punire, come nel passato, la personalizzazione dello scontro.

Il punto, allora, è più radicale: il popolo italiano non vuole scegliere il leader, non è a vocazione bipolare, non riconosce come propria la logica della contrapposizione frontale tra due capi e due campi chiusi. La sua storia lo dimostra. Ogni volta che il sistema ha cercato di forzarlo dentro una dinamica duale, la risposta è stata instabile, oscillante, mai definitiva. Non perché manchi maturità democratica, ma per la ragione opposta: perché esiste una diffidenza profonda verso ogni semplificazione che riduca la complessità del Paese a una scelta binaria, a un moderno riflesso di guelfi e ghibellini.

L’Italia, quando funziona, funziona in un dibattito autentico tra centrodestra e centrosinistra, allorquando il Parlamento è luogo di composizione e non di ratifica. Funziona quando il governo nasce da un equilibrio costruito nella dialettica politica, non da una investitura plebiscitaria. È lì che si forma la stabilità vera, non quella apparente che dura il tempo di una leadership.

La crisi della democrazia è nella pretesa che sia rimessa al corpo elettorale la scelta tra due leader contrapposti, così trasformando ogni passaggio istituzionale in una prova di forza. È questa modalità che alimenta il radicalismo, a destra come a sinistra. Ed è questo radicalismo che consuma la democrazia dall’interno, che ne determina la crisi. A questo si aggiunge un elemento spesso trascurato: il distacco delle generazioni più giovani. La polarizzazione non le mobilita, le allontana, non si riconoscono in una competizione costruita per opposizione e scelgono di non partecipare, non per disinteresse ma per mancanza di rappresentanza. Così, mentre il sistema si radicalizza, la base della partecipazione si restringe. E una società che non privilegia le giovani generazioni è una società senza futuro.

In questo quadro, il tema della legge elettorale torna centrale. Se il bipolarismo non corrisponde alla struttura reale del Paese, forzarlo attraverso sistemi maggioritari produce instabilità più che governabilità. La recente esperienza degli Stati Uniti lo dimostra con evidenza: sistemi fondati su una contrapposizione rigida possono essere trascinati in equilibri sempre più fragili, dove scarti minimi determinano scelte decisive, fino a incidere sugli assetti geopolitici mondiali sulla pace e sulla guerra.

Il referendum di marzo lascia, dunque, una lezione più severa di quanto la politica sia disposta ad ammettere: non ha perso un campo e non ne ha vinto un altro. Ha perso, ancora una volta, l’illusione di piegare l’Italia a una forma che non le appartiene. Il bipolarismo semplifica, divide, radicalizza, trasforma ogni voto in un giudizio finale, ogni avversario in un nemico, ogni equilibrio in una resa. È un sistema che in nome della stabilità consuma consenso e restituisce instabilità.

La lezione dei primi quarant’anni della nostra Repubblica, del suo sistema proporzionale, definisce la scelta di autentica rappresentanza, per competenza, per vicinanza. Costringe la politica ad esser tale, obbliga alla responsabilità, restituisce centralità al Parlamento e misura le classi dirigenti. Il referendum non ha indicato un vincitore, ma un limite, quello di un modello che non rappresenta la complessità italiana, e che deve essere superato in questi tempi inquieti, per vedersi restituito altro modello, più coerente con la struttura del Paese e con la domanda, sempre più evidente, di una democrazia meno conflittuale e più rappresentativa.