C’è uno strano clima, un’aria nuova che non promette nulla di buono. Piero Sansonetti è stato condannato a risarcire 100mila euro per una serie di articoli sull’ex magistrato, oggi senatore del Movimento 5 Stelle, Roberto Scarpinato. Ma non è nemmeno questa la notizia principale. O non solo.
La vera notizia è infatti un’altra. L’accusa aveva chiesto una condanna a tre anni e otto mesi di carcere. Ripetiamo, scandito: tre anni e otto mesi. Per degli articoli. Anzi, per una “colpa ancora più grave”. Piero Sansonetti è recidivo, si è ostinato a voler scrivere di Mafia-appalti.
Sansonetti avrebbe insistito su un tema che nel frattempo è diventato materia della commissione antimafia, dove è stato audito il capo della procura di Caltanissetta, titolare delle indagini sulla strage di via D’Amelio, il quale ha evidenziato la singolarità dell’archiviazione di Mafia-appalti nel 1992. Ma questa è un’altra storia.
Qui non siamo più alla querela temeraria, alla causa civile sproporzionata, alla pressione economica. Al di là del caso specifico, rischiamo un salto di qualità che può di colpire il diritto al dissenso. Ecco il baratro in cui possiamo finire. E conviene prenderne atto subito e senza troppe illusioni. E soprattutto organizzarsi: fare quadrato, costruire anticorpi, evitare di farsi trovare isolati. Perché qui non è in gioco solo una persona, ma qualcosa di più grande: lo Stato di diritto e la libertà di stampa. Davvero dobbiamo aver paura di scrivere?
A Piero Sansonetti va, intanto, tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Ma il punto, ormai, è politico ed è più generale. Una parte della magistratura associata ragiona come se fosse un partito, un soggetto politico legittimato ad agire anche fuori dal piano strettamente giuridico. E lo rivendica attraverso note stampa. Quella di Area Dg, tanto per dirne una, che in queste ore scrive testualmente: «L’esperienza referendaria- spiega infatti l’associazione che riunisce la magistratura progressista - ha confermato con forza la necessità che l’Anm assuma un ruolo protagonista nel confronto pubblico, mantenendo un dialogo continuo e incisivo con la società civile e orientando la propria azione alla difesa dell'assetto costituzionale della giurisdizione». Insomma, un’avanguardia che annuncia il suo programma.
Dall’altra parte, pezzi di maggioranza di governo iniziano a svestire la maschera garantista che avevano indossato con evidente disagio durante la campagna referendaria, per assumere vecchie e mai sopite posture “lineaduriste”. Archiviata la prudenza, c’è da giurare che torneranno le antiche parole d’ordine: galera, manette, esemplarità. È un linguaggio che non ha mai davvero abbandonato la scena, ma che ora rischia di diventare linea politica. E allora sarà tutto più chiaro e anche più complicato. E non sarà sorprendente vedere una saldatura tra la componente più politicizzata della Magistratura - stavolta la parte più conservatrice - e una parte del governo che farà della “certezza della pena” il proprio cavallo di battaglia.
Insomma, il sospetto è che siamo alla vigilia di un ritorno del populismo penale come arma di propaganda. E in questo senso il ruolo degli avvocati, sentinelle dei diritti costituzionali, sarà decisivo. Dovranno raccogliere l’invito al dialogo che arriva, e giustamente, anche da via Arenula: non possono certo lasciare la partita nelle mani dell’Anm. Ma porteranno in dote quei 12 milioni di italiani che hanno detto sì a quella riforma.
Quel referendum è stata una sconfitta, certo, ma andrebbe letta con attenzione e lucidità. Potremmo trovare molte piacevoli sorprese. Basta saperle vedere...