Mercoledì 18 Marzo 2026

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Politica, magistratura e cittadini: i tre piani sui quali si gioca questo referendum...

Quando apriremo la scheda elettorale non troveremo simboli, ma uno specchio nel quale vedremo riflessi noi stessi e i nostri figli

18 Marzo 2026, 19:29

Politica, magistratura e cittadini: i tre piani sui quali si gioca questo referendum...

Ogni grande scelta costituzionale costringe una comunità a guardarsi allo specchio, non per decidere chi governa, ma per stabilire entro quali confini vuole riconoscersi come libera. Il referendum sulla giustizia appartiene a questa categoria di scelte. Per comprenderlo davvero occorre distinguere i diversi piani sui quali si è articolato il confronto.

I piani sono tre, sovrapposti come in una piramide. Alla base sta la politica e il suo conflitto permanente; al centro l’istituzione chiamata a custodire l’equilibrio più delicato della Repubblica; in cima ci siamo noi, cittadini, chiamati a decidere su ciò che il Parlamento non ha saputo o voluto comporre.

Il primo piano: quello politico. Una polarizzazione costante, con la destra al governo e la sinistra all’opposizione, ha trasformato ogni tema in uno scontro identitario, anche quelli che dovrebbero essere considerati di rilevante interesse generale e restare sottratti al gioco delle bandiere.

La riforma dell’ordinamento giudiziario è attesa da tempo: prevista già dai Padri costituenti per rimuovere dal nuovo assetto repubblicano le scorie del regime fascista, resa ancor più ineludibile dopo l’introduzione in Costituzione del principio del giusto processo, con un giudice terzo, indipendente e libero. Il paradosso è evidente: la riforma è stata approvata da quella parte politica che culturalmente appare più distante dalla sua impronta garantista ed è oggi avversata da chi ne aveva fatto un proprio valore riformista.

L’incapacità di costruire un dialogo nell’interesse generale ha così rovesciato sul corpo elettorale una questione di altissima politica costituzionale. Ciò che avrebbe dovuto trovare sintesi nelle aule parlamentari è stato affidato ai cittadini, chiamati a una scelta tecnica, complessa, poco intuitiva. Il conflitto si è radicalizzato, alimentando sospetti e delegittimando chiunque osasse discostarsi. Il confronto è stato oscurato da una narrazione mediatica infarcita di falsità e semplificazioni, che ha preferito la caricatura al merito e lo slogan all’argomentazione, nella pretesa di proporsi come verità, ma restando lontana da un’autentica informazione libera.

Il secondo piano: la magistratura, soggetto e oggetto della riforma. La riforma incide su due criticità intimamente connesse: il mancato completamento del giusto processo, con un giudice autenticamente terzo, e le modalità di nomina dei magistrati attraverso il CSM.

Di fronte al cambiamento, la magistratura si è presentata granitica, chiusa nella propria torre d’avorio, negando l’urgenza di una riforma che avrebbe potuto e dovuto affrontare nell’esercizio pieno della propria autonomia. E tuttavia non sono poche le voci, ormai un coro, di magistrati che rivendicano un’indipendenza autentica, liberata da un sistema che avvilisce il merito e mortifica le competenze, con ricadute evidenti sulla credibilità dell’istituzione.

Il sistema delle correnti, nonostante lo scandalo Palamara, continua a incidere sulla disciplina, sulle nomine e sulle progressioni di carriera, mantenendo giudici e pubblici ministeri all’interno di un unico corpo, intrecciato nelle dinamiche di avanzamento professionale. In un sistema sano, il giudice deve essere autenticamente estraneo alle altre parti del processo e non può essere condizionato nella propria carriera dal pubblico ministero. L’essere un corpo unico confligge con il dettato costituzionale del giusto processo; la mera distinzione di funzioni non è sufficiente a risolvere il nodo.

Si afferma che sia in pericolo l’indipendenza della magistratura, ma sotto tale vessillo si difende in realtà la conservazione dell’assetto vigente. Il timore della dissoluzione del sistema delle correnti ha spostato il baricentro della discussione sulla paura del futuro: si è evocato lo spettro di un “super poliziotto”, pur nella consapevolezza che nulla di ciò è nel testo della riforma. E mentre si agitano paure, restano i dati: le ingiuste detenzioni, per le quali lo Stato paga ogni anno ingenti risarcimenti, dimostrano che il sistema attuale non è immune da gravi disfunzioni.

Invece di interrogarsi sulla propria incapacità di governare nell’interesse della collettività l’ordinamento giudiziario, una parte della magistratura ha scelto l’arroccamento; invece di riconoscere che l’autonomia vive nella responsabilità, si è confusa la difesa dell’istituzione con la difesa dell’esistente.

Il terzo piano: i cittadini. E con loro gli avvocati, che ne rappresentano diritti e libertà, storicamente contrapposti alla pretesa punitiva dello Stato. Il loro interesse è semplice e lineare: pretendere un sistema chiaro, nel quale chi giudica sia autenticamente terzo, libero e indipendente, non solo nella funzione ma anche nella prospettiva di carriera, non segnato da contiguità strutturali con l’accusa.

Non mancano, anche nel campo progressista, voci autenticamente libere che hanno rivendicato coerenza con la tradizione riformista; ma la scelta che ci attende non appartiene a uno schieramento: appartiene alla coscienza civile di ciascuno. Siamo chiamati a dare compimento a un’indicazione già contenuta nell’impianto costituzionale: adeguare l’ordinamento giudiziario ai principi fondamentali di libertà, dignità e uguaglianza, per essere non sudditi ma cittadini pienamente consapevoli.

La domanda alla quale siamo chiamati a rispondere è, in realtà, più semplice di quanto venga fatto credere: quale rapporto tra cittadino e Stato vogliamo? Non stiamo decidendo soltanto un assetto ordinamentale. Stiamo decidendo se, nel momento in cui lo Stato esercita il suo potere più incisivo, quello di accusare e giudicare, vogliamo che quel potere sia strutturalmente separato o intimamente intrecciato. È la scelta che riguarda la libertà prima ancora che l’organizzazione.

Vogliamo essere giudicati, noi o i nostri figli, in un sistema in cui il giudice non sia in alcun modo influenzato dal pubblico ministero, nel quale l’equilibrio tra autonomia delle istituzioni e responsabilità democratica sia reale e non soltanto proclamato? La Costituzione repubblicana ha rovesciato il paradigma dello Stato autoritario che sovrasta l’individuo; ha posto al centro la persona, la sua dignità, l’eguaglianza e la libertà; ha costruito un equilibrio tra poteri fondato sulla reciproca autonomia, con il Presidente della Repubblica quale garante supremo dell’architettura costituzionale. Ogni scelta costituzionale non definisce soltanto regole: disegna l’idea di libertà entro cui una comunità decide di riconoscersi.

Il referendum ci chiama a un giudizio politico nella sua accezione più alta, in supplenza a un confronto parlamentare che non ha saputo trovare sintesi. La risposta deve guardare oltre il breve tempo delle contrapposizioni, perché i suoi effetti permarranno quando gli attuali protagonisti del conflitto saranno sostituiti da altri.

Quando apriremo la scheda elettorale non troveremo simboli di partito, ma uno specchio nel quale vedremo riflessi noi stessi e i nostri figli, nella consapevolezza che con quel voto non decidiamo soltanto una riforma, ma l’idea di dignità e di libertà che vogliamo definire per il loro futuro.