Mercoledì 18 Marzo 2026

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L'intervento

Il giornalismo in fuga dinanzi a Gratteri, pure quando gli “sfugge” che il Csm è lottizzato

In un'intervista tv il procuratore dà ragione alla riforma senza che gli intervistatori battano Ciglio: «I veti del Pd bloccavano la mia carriera»

18 Marzo 2026, 10:53

Il giornalismo in fuga dinanzi a Gratteri, pure quando gli “sfugge” che il Csm è lottizzato

NICOLA GRATTERI, PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

Racconta Renzo Arbore che Alto Gradimento, inizialmente doveva chiamarsi “Musica e Puttanate”. In quella trasmissione si mettevano alla berlina gli stereotipi italioti; per il giornalismo inventarono la maschera di Max Vinella: sedicente cronista di nera che della materia non capiva un acca. Alto gradimento mi è venuto in mente mentre vedevo una puntata della trasmissione In Onda dedicata al referendum che non sfigurerebbe nel pantheon arboriano.

Si parte dal lancio, in cui si annuncia un dibattito tra Mulè e Gratteri, però è la prima bufala, i due non dibatteranno, anzi non si incroceranno neppure: prima parlerà Mulè che alla fine sarà fatto accomodare fuori dallo studio, e poi l’altro. Scelta un po’ contro natura, visto che sarebbe di schietto interesse giornalistico mettere a confronto in diretta i contraddittori. Certo, se uno dei due, Gratteri, all’inizio della campagna ha dichiarato che i dibattiti sono una perdita di tempo, il cattivo pensiero è che i padroni di casa abbiano fatto torto alle regole della loro professione per fare un favore a lui.

Se a questo aggiungi che in uno dei pochi dibattiti veri e non fasulli organizzati sulla 7, Mulè ha fatto fare una figura barbina a Woodcock, matura il sospetto che non farlo incrociare sul serio con Gratteri non sia un caso. Comunque si annuncia con enfasi che si parlerà della riforma costituzionale, seconda bufala: dei contenuti della riforma tenterà di parlare il solo Mulè, che era andato lì a quello scopo, ma tanto poco gliene chiederanno che ad un certo punto sarà anche costretto a rammentarlo al buon Sorgi tutto infervorato a fare una domanda sulla faccenda Almasri che francamente non c’entrava nulla.

Lasciamo stare Mulè, che a suo onore ha ammesso che la Bartolozzi farebbe meglio a stare zitta. E lasciamo stare le faccette e le risatine che fanno i conduttori, con tempestivo stacco della regia che le inquadra, mentre il vicepresidente della Camera illustra le sue ragioni. Vedere per credere. Sembrava di essere tornati ai tempi del liceo con quello buontempone che faceva le smorfie mentre il professore guardava dall’altra parte. Qui più che la correttezza giornalistica bisognerebbe invocare la buona educazione.Finalmente arriva Gratteri e si capisce che la musica è cambiata, ora sì che il miglior giornalismo italico potrà far valere il gene ruffiano che lo traversa.

Richiesto di commentare le parole della Meloni (quelle grottesche sul fatto che, se vince il No, stupratori e spacciatori la faranno franca) il Procuratore di Napoli debutta dicendo che qui da noi prima di arrestare gli spacciatori li devi convocare per l’interrogatorio di garanzia, così quelli hanno il tempo di far sparire le prove. Una riforma di Nordio, che sbeffeggia. Peccato che non è vero. Qui da noi, se devi arrestare uno spacciatore mentre spaccia in flagrante, lo fai e basta, come è ovvio. Idem se invece il pm, cioè uno come lui, chiede la custodia cautelare per reati di droga aggravati dalla ingente quantità delle sostanze commerciate, oppure per l’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio.

Solo nei casi minori, prima di emettere l’ordinanza di custodia cautelare, il gip deve interrogare l’indagato. Ma anche in quella circostanza, se c’è pericolo di fuga oppure il rischio che scompaiano le prove, cioè proprio l’esempio fatto da Gratteri, l’interrogatorio preventivo non è previsto. Solo che i nostri giornalisti non lo sanno e così facendo somministrano la terza bufala ai loro ascoltatori. Come debutto non è male su entrambi lati, ma poi si entra nel merito e la conduttrice chiede per quale motivo, visto che, bontà sua, nella riforma “non c’è scritto”, si arriverebbe alla sottoposizione del pm all’esecutivo paventata da quelli del No. Uno pensa che finalmente stanno iniziando a fare i giornalisti ma è un abbaglio, fanno i claqueur. Infatti a quella domanda il beniamino di casa risponde testualmente “in questa riforma non si dice nulla di quello che succederà dopo, sono tutti abbottonati, ma però ogni tanto a qualcuno sfugge e mi fanno esempi virtuosi di paesi dove c’è la separazione delle carriere, ad esempio gli Stati Uniti… Noi abbiamo visto cosa succede negli Stati Uniti. Abbiamo visto che una donna con le mani sul volante viene freddata, viene sparata in faccia… dopo di che il giorno dopo interviene il ministro che dice alt, nessuna imputazione, non deve essere processato, non è successo nulla… questo è il paese virtuoso che si prende a modello per votare la separazione delle carriere”.

Un paragone abnorme, che non c’entra nulla con la proposta di riforma, che non tocca né la discrezionalità dell’azione né i poteri del ministro in merito. Una enormità talmente surreale che lo stesso segretario dell’Anm, a cui era scappata per primo, se l’era dovuta rimangiare al volo, scusandosi con l’universo mondo, e persino l’Anm s’era vergognata e l’aveva messo in castigo per un po’ facendolo tacere. Fatto noto alle cronache, ma i tre giornalisti presenti fanno finta di nulla, non avanzano obiezioni, non gliene chiedono conto. No, nulla, manco una faccetta non dico schifata come quelle riservate a Mulè, ma neppure perplessa.

A quel punto si spera che sia Sorgi a riscattare l’orgoglio giornalistico italiano, ma quello formula una domanda che sembra una leccata sulla mano del padrone di un cucciolone affettuoso. Dice, in sostanza, i sostenitori della riforma affermano che senza l’appoggio delle correnti non si fa carriera in magistratura ma “Lei è la prova vivente che non è vero, dico bene?”. Più che una domanda, un belato imbarazzante se solo uno ha letto i libri di Palamara. Ma qui, inaspettatamente, Gratteri dà una risposta che sarebbe da prima pagina, perché dice testualmente per ben due volte “il Pd non mi hai mai votato per nessun incarico”, e sta parlando di incarichi giudiziari votati al Csm. Vero che lo dice per respingere l’accusa di essere uno di sinistra – accusa che per la verità non gli ha mai mosso nessuno perché di lui di sinistra, qualsiasi cosa sia ormai la sinistra, non pare proprio – ma non è meno vero che così sta dicendo agli italiani che le nomine dei magistrati, attraverso le correnti, oggi, ma anche ieri e l’altro ieri, sono pilotate dai partiti.

Per un giornalista degno di questo nome sarebbe uno scoop: il testimonial del No che ammette candidamente, anche se inconsapevolmente, che il sistema correntizio permette proprio quella influenza della politica sulle nomine di vertice degli uffici giudiziari che il sorteggio vuole abbattere e che loro invece addebitano alla riforma. In un colpo solo tutta la retorica del No sulla futura aggressione alla libertà del Csm va a ramengo e torna al mittente. Inutile specificare che invece la cosa non provoca domande e la bomba cade nel vuoto come le miccette dei liceali di cui sopra lanciate in mezzo all’aula. A quel punto Sorgi, con ciò dimostrando di non aver neppure compreso la gravità della cosa, maliziosamente azzarda “ma come? Un segretario del Pd (Renzi, ndr) la voleva ministro!”. E quello, per non lasciare dubbi, prima ribadisce che no, lui parlava del Csm, e poi specifica che fu Napolitano a mettersi per traverso perché lo riteneva “troppo caratterizzato”. Boh, noi sapevamo che aveva risposto a Renzi che un pm a via Arenula non gli sembrava il caso.

Rimanendo in tema, Gratteri aggiunge allusivo che la cosa era dipesa anche dal fatto che, il pomeriggio prima di bocciare la sua candidatura, Napolitano aveva incontrato “un certo personaggio”. “E chi sarebbe?”, gli fa Aprile, anche lei improvvisamente coraggiosa come neppure la Amanpour sotto le bombe. Ineffabile la risposta di Gratteri: il nome lo so ma non lo dico perché “dico solo quello che posso provare”. A una bella fetta dei suoi indagati, quelli arrestati e poi assolti, che non sono pochi, a queste parole gli va per traverso la minestra. Comunque a nessuno dei tre gli passa per la mente che fare allusioni in quella maniera, per di più rispetto ad un galantuomo che non c’è più, meriterebbe qualche chiarimento e non i sorrisi e birignao di approvazione che seguono.

Si prosegue la conversazione parlando del sorteggio. Una materia che si presta, se non altro perché più volte in passato Gratteri ne aveva tessuto le lodi proprio come unico possibile strumento per frenare la degenerazione correntizia. Anche in questo caso, le domande non suonano come contestazioni, anzi, sembrano flute pieni di sussiego da servire all’ospite d’onore dalle ancille della casa. E vabbè, inutile, se uno nasce tondo non lo fai quadrato. Neppure quando le risposte fanno a cazzotti con la logica e con la lingua italiana, abbozzano un riflesso.

Il Procuratore di Napoli, infatti, dopo aver definito il sorteggio “una mezza truffa”, si avventura in una spiegazione il cui succo è che i togati saranno messi in un paniere con tutti i magistrati dentro, mentre per i laici il Parlamento selezionerà prima dei nomi rispettando la proporzione numerica tra maggioranza e opposizione e poi effettuerà il sorteggio. Metodo che chissà perché sarebbe truffaldino. “Ogni partito porta i suoi. Il centrodestra metterà nel bussolotto sette persone, il centrosinistra tre persone… ogni partito porta i suoi ma sempre saranno scelti persone che rispondono alla direzione politica di chi comanda in quel partito, quindi non è un sorteggio perché io metto sette persone compatti che devono rispondere al mio desiderata”. Alzi una mano chi ha capito. Soprattutto non si capisce perché sarebbe peggio di quel che succede ora, con maggioranza e opposizione che indicano direttamente i nomi da votare, se non altro perché il sorteggio futuro non garantisce l’esito a nessuna maggioranza, a meno che non arruoli direttamente il Padreterno.

Anche in questo caso l’elettroencefalogramma dei giornalisti presenti tende alla bonaccia perché, siccome di studiare la faccenda di cui strologano non se ne parla, si bevono pure questa che è incomprensibile. Sorgi addirittura gli dice “l’ha spiegato benissimo”, e il pensiero va a Groucho Marx quando diceva “trovo la tv molto educativa, quando qualcuno l’accende vado in un’altra stanza a leggere un libro”.

Si finisce con le promesse di fare i conti con il Foglio che una settimana fa hanno scandalizzato mezzo mondo giornalistico e non. La scena è comica sul serio. Aprile assume un’aria pedagogica comprensiva di ditino alzato e chiede di chiarire, ma è una maestra buona, pronta a bersi qualsiasi giustificazione. E così quello con un sorriso risponde: “Faremo i conti cosa vuol dire? Un magistrato cosa può dire? Io sono bersaglio ogni mattina di quattro cinque giornali, una cosa è l’informazione una cosa è la diffamazione… Ma come? Io sono quello che ha difeso la possibilità dei giornalisti di pubblicare pezzi delle ordinanze cautelari, sono amico della stampa…”, aggiungendo che la frase allude solo alle azioni legali che intenterà per diffamazione.

Occhio che la materia è scivolosa per i giornalisti, che in genere vedono le querele come attentati gravi alla libertà di stampa, ma a lui chiedono graziosamente solo da cosa si è sentito diffamato. La risposta è la seguente: “Questa è poi una cosa che io guarderò con calma”. Se lo dice in tribunale così, finisce che assolvono l’imputato, ma Telese chiosa “giusto, ci si pensa poi”. Max Vinella era un fior di giornalista, diteglielo ad Arbore.