L'intervento
Portobello di Marco Bellocchio
Più che un errore, un orrore giudiziario. Il “caso Tortora”, dopo oltre quarant’anni, continua a evocare scenari foschi e apparentemente imperscrutabili, riportando alla mente trasfigurazioni letterarie terribili del mondo della giustizia: dal signor Josef K., protagonista de “Il processo di Franz Kafka” (1925), arrestato nella camera in affitto che occupa per un’accusa misteriosa e che tale rimarrà; alla visione metafisica che sfocia nel grottesco della macchina giudiziaria, fino a diventare un gioco orribile e indifferente alle sorti di chi ne è preda (perché verità e giustizia umana spesso sono divergenti), in tante opere di Friedrich Dürrenmatt, a partire dal racconto “La panne” (1956), in cui un tribunale improvvisato di magistrati in pensione che decidono di rinverdire le loro inclinazioni senza il giogo «delle scartoffie, dei verbali e di tutto il ciarpame dei tribunali», giudica senza aver «riguardo alla miseria delle leggi e dei commi», provocando conseguenze disastrose.
Il 17 giugno 1983, all’alba, Enzo Tortora viene arrestato a Roma in una camera dell’Hotel Plaza senza saperne i motivi. Proprio come il kafkiano signor K., che «qualcuno doveva aver calunniato […], perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato».
Inizia così un’odissea giudiziaria, conclusasi soltanto in appello con l’assoluzione piena, in cui le istituzioni diedero il peggio di sé, a cominciare dall’esibizione in manette del presentatore, dato in pasto a giornali e tv. A prevalere fu la smania di protagonismo, la tracotanza di coloro che credevano di orchestrare il processo del secolo e di passare alla storia, tradottesi in un’incredibile serie di omissioni e di trascuratezze investigative che marchiarono indelebilmente molte vite.
Un capitolo oscuro della giustizia italiana, da non dimenticare. Nonostante oggi vi siano magistrati che ritengono inutile, se non strumentale, il ricordo di quella vicenda – che pure segnò la nascita della giustizia mediatica in Italia – in quanto “governata” dal codice Rocco. Senza considerare che la giustizia è amministrata da uomini e che le regole sono fondamentali ma non bastano. Tanto che gli errori giudiziari continuano a perpetrarsi anche oggi, sconosciuti ai più soltanto perché di scarso impatto mediatico.
Riportare in evidenza il “caso Tortora” è dunque utilissimo per comprendere come non deve svolgersi un processo penale. E lo fa con grande accuratezza e passione la serie tv intitolata “Portobello”, diretta da Marco Bellocchio, in onda su HBO Max, che riporta sullo schermo l’incredibile parabola di un cittadino “degradato” nel volger di un mattino da star televisiva (con ventotto milioni di spettatori a serata) a «cinico mercante di morte», «uomo della notte» (sono le parole di uno dei pubblici ministeri che lo accusarono).
Non c’erano ancora i social, ma gli italiani si divisero subito in “innocentisti” (pochi) e “colpevolisti” (quasi tutti), senza che vi fosse uno straccio di prova attendibile. Dagli applausi agli sputi. Con il sospetto che diventa certezza. Enzo Biagi dichiarò (ironicamente ma tragicamente): «si ha l’impressione che, dopo aver messo le manette a Tortora, stiano cercando le ragioni del provvedimento». Se in Dürrenmatt la giustizia diventa un (tremendo) gioco, in questo caso ci si prende gioco di chi si trova incastrato negli ingranaggi del processo, calpestandone i diritti e riducendolo da persona a pedina di un’inchiesta che “non poteva fare a meno di lui”.
È la storia di un italiano precipitato negli inferi senza sapere perché proprio mentre era all’apice della sua carriera. Come Aldo Moro, interpretato magistralmente sul grande schermo dallo stesso Fabrizio Gifuni che nella fiction di Bellocchio veste con grande bravura i panni di Enzo Tortora. Uomini smarriti, all’improvviso ripudiati e abbandonati da chi fino a un attimo primo li aveva osannati. Il Tortora di Gifuni, più che assomigliare a Moro, rappresenta un archetipo, quasi una vittima sacrificale in una società governata dai plumbei sentimenti di tifoserie contrapposte, dalla visione primitiva dei “buoni vs. cattivi”.
Gifuni sa che il processo «è una macchina terribile che gli uomini si sono dati, perché qualcuno doveva pur giudicare», che «chi entra nel cerchio del processo è già impuro per il fatto di essere lì», che anche se assolto «la macchia resta». È questa l’eredità che il “caso Tortora” ci lascia, un preciso monito: non basta a pacificare le coscienze dichiarare innocente l’accusato al termine di un lungo processo rivelatosi inutile, perché quel processo ormai ha lasciato dei segni indelebili.