L'intervento
Manca meno di un mese al referendum sulla separazione delle carriere.
I timori che molti di noi avevano manifestato all’inizio della campagna elettorale hanno trovato purtroppo conferma: i due contrapposti fronti continuano a scambiarsi accuse reciproche, per lo più senza alcuna valutazione giuridica circa il merito della riforma.
Sentiamo forte l’esigenza di intervenire, per esprimere le ragioni che ci hanno spinto a iscriverci (e non da ora) tra i sostenitori del SÌ, respingendo ogni accusa di collateralismo con questo governo e con la sua maggioranza – o addirittura di fascismo, che pure taluno ci ha rivolto.
Il dibattito referendario si è trasformato in una sorta di resa dei conti tra politica e magistratura: da un lato governo e maggioranza (promotori in campo penale di intollerabili politiche repressive) che gettano inaccettabilmente discredito sulla magistratura, “rea” di ostacolare l’attività politica governativa; dall’altro l’Associazione Nazionale Magistrati, che anziché riconoscere i gravissimi problemi che la affliggono (la degenerazione correntizia del Csm, su tutti), paventa un futuro distopico in cui il governo giungerebbe ad assoggettare a sé l’attività giudiziaria, pregiudicando autonomia e indipendenza della magistratura.
Né l’una né l’altra prospettiva possono essere ragionevolmente sostenute da chi voglia onestamente approcciare il testo della riforma costituzionale, che pur avrebbe meritato un metodo di approvazione differente (magari con il coinvolgimento di quella sinistra garantista che si è ormai appiattita alle tesi dell’Anm).
Il nostro è un meditato SÌ al referendum costituzionale e non dev’essere confuso con un’adesione alle politiche penali e autoritarie di questo governo: siamo sempre stati e rimaniamo dalla parte dei diritti, soprattutto degli ultimi, contrari a ogni forma di diritto penale del nemico, avversari acerrimi delle svolte autoritarie di ogni colore e provenienza, convinti che il processo penale debba essere il luogo dell’accertamento di eventuali responsabilità individuali, nel pieno e rigoroso rispetto delle regole e delle garanzie processuali. Questa è ed è sempre stata la nostra visione del processo, consapevoli che questo possa dirsi “giusto” soltanto se celebrato davanti a un giudice davvero terzo rispetto alle parti processuali, oltre che indipendente e imparziale (come espressamente previsto dall’art. 111 Cost.).
La separazione delle carriere dei magistrati – tra chi giudica e chi accusa – rappresenta il necessario e naturale approdo di un cammino di costituzionalizzazione del sistema penale repubblicano, di una linea di emancipazione dalla struttura inquisitoria e autoritaria ereditata dal regime fascista, che parte dal “nuovo” codice di procedura penale del 1988-89 e passa per la riforma del giusto processo e dell’art. 111 Cost.; un percorso che ha visto tra i suoi indiscussi protagonisti la sinistra garantista.
Un giudice non può dirsi terzo rispetto alle parti processuali se la sua carriera è comune a - e condizionata da - una delle parti stesse: un giudice terzo ha bisogno non soltanto della cosiddetta indipendenza esterna (da ogni altro potere), ma anche - forse soprattutto - di quella interna, dall’ordine cui appartiene.
Un giudice che deve essere e apparire davvero terzo per riconquistare credibilità e autorevolezza di fronte al singolo cittadino processato (che non potrà più pensare, come oggi a volte avviene, di essere stato condannato perché giudice e pm fanno parte “della stessa squadra”), ma anche nei confronti della società: perché la delegittimazione della giurisdizione è un pericolo per l’intero sistema.
Doppio Csm, indipendenza e autonomia del pubblico ministero, sistema disciplinare pienamente giurisdizionalizzato, non sono scomposti attacchi alla magistratura, ma necessari strumenti di una inversione di rotta di cui hanno bisogno prima di tutto i giudici.
Chi ha partecipato alla faticosa – a volte tormentata (e non di rado tradita) – evoluzione garantista del sistema processuale, chi ne ha condiviso le aspirazioni e gli approdi, deve riconoscere come la separazione delle carriere costituisca il fisiologico epilogo di quel percorso: un percorso che non vuole una magistratura depotenziata, ma un giudice – quale vero e unico garante del “giusto processo” – più forte.
La “comune cultura della giurisdizione” tra giudice e accusa, che spesso viene invocata da chi avversa la riforma e citata quasi come un sinonimo di giusto processo, tradisce in realtà una concezione autoritaria dello Stato e inquisitoria dell’accertamento penale, con il processo di parti e il contraddittorio – che è (al tempo stesso) garanzia soggettiva dell’imputato e strumento di conoscenza – che cedono il passo a un’idea monolitica e totalizzante di “verità”, cercata dal pubblico ministero e condivisa dal giudice, a scapito delle garanzie.
Contro questo ritorno di una visione inquisitoria del processo, siamo e rimaniamo convinti che la riforma, e la separazione delle carriere in particolare, non siano uno slogan contro qualcosa o qualcuno ma la legittima aspirazione di chi vuole un processo più giusto e autenticamente accusatorio, l’unica forma di sacrificio della libertà personale che è accettabile in una prospettiva realmente democratica e anti autoritaria.
(Per adesioni: processogiusto@gmail.com)
Hanno aderito: