Il commento
GHERARDO COLOMBO EX MAGISTRATO
All’appuntamento con l’elenco delle sciagure che potrebbero abbattersi sulla Repubblica in caso di vittoria del Sì al referendum del 22-23 marzo, mancavano solo loro, le “Mani Pulite”. Dal giorno dopo, proprio quei processi, insieme a quelli di mafia e a ogni altra catastrofe, con le carriere separate, il Csm riformato e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, non sarebbero più celebrabili. Lo dice uno di loro, Gherardo Colombo, un magistrato che sa sempre come colpire al momento giusto, che fa anche un’ipotesi, «ci avrebbero fermato prima».
È chiaro che l’ex pm non allude a quello che ha da tempo denunciato un suo ex-collega, Guido Salvini, il quale, nella sua veste di giudice delle indagini preliminari, si era visto sottrarre un fascicolo che gli era capitato per caso, perché quel tipo di processi andavano assegnati a un unico gip, Italo Ghitti. Autonomo come tutti, ovviamente, rispetto alla Procura milanese, anche se è difficile dimenticare quella svista, un foglietto rimasto per sbaglio nel fascicolo, quando il giudice suggeriva al pm di cambiare la qualificazione del reato se voleva l’accoglimento delle sue richieste. Cose che succedevano ai tempi di Mani Pulite. Proprio come quelle dichiarazioni di un altro di loro, Francesco Greco, riportate nel libro “La toga rossa” di Francesco Misiani, quando sosteneva che solo “loro” potessero fare quel tipo di indagini. Ci riuscivano perché il “gip unico” lo aveva consentito? Non è detto: probabilmente il clima dell’epoca avrebbe potuto allineare alle ipotesi dell’accusa anche tutti gli altri magistrati dell’ufficio dei gip di Milano.
Del resto lo stesso Salvini non dice che avrebbe assunto una posizione critica nei confronti dei metodi, discutibili soprattutto per l’uso della custodia cautelare, della procura. Dice solo che quel tal fascicolo era planato sul suo tavolo di sfuggita, perché gli era stato subito portato via. Ma mai come in quegli anni il ruolo dei pubblico ministero è stato vissuto come missione di alta moralità per ripulire il Paese dalla corruzione politica. Basti pensare che proprio nel 1993 un Parlamento attonito e sgomento per quelle inchieste giudiziarie che mescolavano il fenomeno del finanziamento illecito dei principali partiti con episodi marginali e spesso inesistenti di corruzione personale, abolì, con riforma costituzionale, l’immunità parlamentare. Cioè l’unico contrappeso che i costituenti vollero porre rispetto al potere di una corporazione giudiziaria che il regime del fascismo aveva voluto con le carriere unificate e il sistema inquisitorio con le indagini segrete e la collaborazione tra pm e giudice istruttore. Un processo da cui era esclusa e marginalizzata la difesa.
Quando un ministro di grande valore e medaglia d’argento della Resistenza come Giuliano Vassalli riuscì, nel 1988, a modificare il processo penale con la riforma del codice di procedura e l’introduzione dl sistema accusatorio, ci fu una grande resistenza dell’intera corporazione giudiziaria. Scattò subito la contro-riforma, con una serie di sentenze della Corte Costituzionale che fecero rientrare dalla finestra del processo gli elementi tipici dell’Inquisizione che erano usciti dalla porta. Quando l’ex pm Gherardo Colombo dice «ci avrebbero fermato prima» intende proprio questo. Più che un ruolo politico, assume su di sé quello del sacerdote, titolare di una missione. Ma non è solo. Ma non sta scritto da nessuna parte, e soprattutto questo compito non è attribuito alla funzione requirente del processo da parte della Costituzione.
Per la precisione, nella legge delle leggi il pubblico ministero non era neppure nominato, fino a quando il Parlamento nel 1999 non attuò, quasi all’unanimità, la riforma dell’articolo 111 sul “giusto processo” e la divisione della magistratura in giudicante e requirente. È stato il primo passo per segnalare, anche agli stessi giudici conservatori piuttosto che reazionari della Corte Costituzionale, il primato del Parlamento e del potere legislativo sulle norme, con un occhio all’indietro sulla riforma del 1988 e uno in avanti per l’apertura alla separazione delle carriere. Ci provò quindi la Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema con la bozza coordinata dal leader dei Verdi Marco Boato. La storia della fine di quel tentativo di riforma ha messo in campo diverse interpretazioni, tutte di tipo politico. Ma le impronte digitali di quell’aggressione politica sono prima di tutto proprio quelle di Gherardo Colombo.
Chi c’era lo sa e lo ricorda, basterebbe citofonare al professor Giovanni Maria Flick, il ministro che alla fine cadde, dopo che il magistrato di Mani Pulite aveva sparato sul Corriere un titolone che gridava “Le riforme ispirate dalla società del ricatto” e avvertiva che le indagini della procura di Milano avevano solo inciso la crosta del malaffare. La separazione delle carriere non andava fatta. Rivelò a un certo punto Marco Boato (che oggi inspiegabilmente non è per il SI) che addirittura nella Bicamerale precedente, quella presieduta da Ciriaco De Mita, «proprio mentre si stava discutendo di un’ipotesi vaghissima di separazione delle carriere, arrivò in piena commissione e fu distribuito a tutti noi membri un volantino inviato via fax e intestato all’Associazione Nazionale Magistrati che ci intimava di non affrontare il tema giustizia in Bicamerale. Il volantino era sottoscritto da decine di magistrati…e il tema giustizia sparì dalla commissione il giorno in cui arrivò quel fax». Nessuno ricorda più quella Bicamerale dei primi anni novanta, da cui il leader democristiano dovette dimettersi per un’inchiesta sul fratello, e neppure la successiva, quella di D’Alema, in cui la separazione delle carriere fu affossata dall’intervento a gamba tesa del procuratore Colombo. Uno che sa colpire sempre al momento giusto.