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L'intervento

Separazione delle carriere, il fronte del “No” tra strabismo ideologico e futuristi della giustizia

Critiche al fronte del No e al clima del dibattito pubblico: tra polemiche, testimonial e interventi istituzionali

21 Febbraio 2026, 11:05

Separazione delle carriere, il fronte del “No” tra strabismo ideologico e futuristi della giustizia

Arriva la grande alluvione sulla campagna referendaria e i fulmini si incrociano nel cielo fino a quando prevale il sereno dovuto all’intervento del Capo dello Stato. Il fronte del no esibisce una profonda degenerazione che lo fa diventare tumultuoso, viscerale e comunque lontanissimo dai veri temi e dai contenuti autentici della legge sulla separazione delle carriere dei magistrati oggetto del referendum. Dopo i due ricorsi presentati per fare lo sgambetto alla riforma, ecco infittirsi l’accesso agli archivi della giustizia penale per cavarne fuori i nomi di personaggi di grande popolarità da utilizzare come testimonial, proprio come fa la pubblicità commerciale quando lancia prodotti alimentari o elettrodomestici.

È appena dietro l’angolo il grande botto del Procuratore Capo di Napoli che ha tracciato una linea di confine tra i cittadini chiamati alle urne distinguendo due grandi famiglie: la prima, formata dalla gente per bene che vota no; la seconda, costituita da indagati e imputati insieme a coloro che appartengono a conventicole o centri di potere ai margini del circuito democratico, tutti impegnati per il sì. E dopo il putiferio che ne è seguito, l’alto magistrato si è precipitato a rimodellare la voce dal sen fuggita con una interpretazione correttiva intesa a sostenere che egli non aveva certo inteso riferirsi a tutti gli italiani del sì, ma solo ai calabresi che vivono l’esperienza di fenomeni criminali.

Ma si direbbe nel dialetto veneto: “pèso el tacòn del buso” (peggio la pezza del buco) perché nella sua rettifica il dottor Gratteri ha affermato tre cose: 1) che gli inquisiti sono presunti colpevoli, 2) che gli stessi hanno interesse a sfuggire ai rigori della legge, 3) che la legge sulle carriere separate garantisce loro di farla franca. Insomma, il giudizio espresso dal primo magistrato della procura napoletana si risolve in una delegittimazione dialettica di chi è chiamato a rispondere ovunque alla giustizia penale perché ha solo l’interesse a difendersi dal processo sottraendosi al controllo di legalità.

I maestri della retorica antica parlavano in questi casi di argomentazione ad hominem per sottolineare come il contradditorio non entra nel merito della disputa, ma si ferma sulla sua soglia perché l’interlocutore non è credibile per la sua intrinseca inaffidabilità.

Il Procuratore di Napoli si era però espresso qualche giorno prima in termini meno perentori. Aveva osservato che, pur essendo evidente il proposito della legge sulle carriere separate di restringere l’area di indipendenza dei magistrati rispetto all’invadenza della politica, il vero attentato alla supremazia della giurisdizione risultava non già dal testo della legge costituzionale, ma dall’intento del Governo di rendere a breve effettiva una mossa abrogatrice della norma costituzionale che garantisce oggi alla magistratura di disporre direttamente della polizia giudiziaria. Così il disegno di mortificare l’indipendenza operativa del pubblico ministero sarebbe destinato a realizzarsi solo nel prossimo futuro costringendo gli inquirenti delle Procure a rivolgersi ai Ministeri di appartenenza dei poliziotti e dei carabinieri per avere assistenza al fine di far eseguire una perquisizione o un arresto.

Si tratta però di un vaticinio davvero fantasioso perché ipotizza una scelta politica del Governo che finora non si è mai materializzata in un programma e che è manifestamente assurda dal momento che con la legge appena varata dal Parlamento si è costruito un Ufficio del pubblico ministero di rango costituzionale blindato da un suo Csm e non si può quindi pensare come realistica una inversione di rotta che penalizzi i magistrati delle indagini sottoponendoli ai placet della politica. Si può quindi annoverare il Capo della Procura napoletana tra i futuristi della giustizia penale per il suo pensiero che slitta dalla lettera della legge agli intenti della politica.

È questo un vizio che si sta diffondendo nel confronto sul voto referendario. Qualche sera fa in un talk show televisivo un autorevole giornalista, Massimo Giannini, esponente di punta della opposizione alla attuale maggioranza ha riconosciuto: «È proprio vero che la legge sulle carriere separate non contiene alcuna norma capace di restringere il controllo dei giudici sulla politica, ma quel che conta è che Giorgia Meloni e Carlo Nordio abbiano affermato come uno degli obiettivi dell’Esecutivo sia proprio quello di impedire il sindacato delle toghe sulla attività politico-amministrativa».

C’è qui qualcosa di simile all’elogio del diritto libero di antica memoria in cui la parola della legge non guida la condotta dei cittadini ma è fatta apposta per essere sistematicamente elusa dai pubblici poteri. Da qui la conferma di una ulteriore manifestazione di futurismo della giustizia penale. Vediamo ora la posizione di un altro testimonial di rilievo proveniente dal giornalismo di eccellenza. Marco Travaglio ha avuto cura nei suoi numerosi interventi sul quesito referendario di non fermarsi sulla soglia del giudizio di merito e ha censurato la separazione dei requirenti dai giudicanti sostenendo che in questo modo si cadrebbe nell’errore di scolpire la figura di un avvocato dell’accusa che perde ogni contatto con il giudice e con il suo equilibrio.

Egli dimentica così che nel processo penale l’accusatore deve essere una parte pubblica che non può muoversi in un ruolo ambiguo fortemente apparentato con quello del giudice. La sua visuale appare pesantemente condizionata da quella idea che affonda le radici nel codice Rocco secondo cui il pubblico ministero era un fratello gemello del giudice autorizzato persino ad ordinare la cattura della sua controparte, l’imputato.

La teoria dell’organo di giustizia è stata però oramai abbandonata anche da quei magistrati che la coltivavano ritenendo di dover tenere accesa la fiammella della cultura della giurisdizione nell’animo del pubblico ministero senza accorgersi però che nel gemellaggio era quest’ultimo, cioè il Pm, a trasferire ai giudici la sua cultura della repressione inducendoli a credere di doversi rendere interpreti dell’interesse della società a combattere la criminalità con le loro sentenze. Oramai anche questo profilo dell’accusatore penale è stato archiviato, nell’orizzonte moderno della procedura penale si è d’accordo nel ritenere che il Pm è una parte pubblica con il dovere di lealtà e correttezza nei confronti dell’imputato e del giudice. Così è chiaro che il pensiero di Travaglio ripercorre un modello oramai tramontato che viene fuori da un passato da dimenticare.

Una posizione del tutto particolare è quella di Franco Coppi, avvocato penalista e cattedratico insigne, che ha affidato il suo messaggio di fede nel no ad un argomento diverso da quelli consistenti nel rifiuto dell’interlocutore e nell’ingresso nel vuoto del futurismo giudiziario, secondo quanto invece prospettato dal Procuratore di Napoli. Adesso egli infatti rimane in attesa di qualcuno in grado di spiegargli a cosa serve un Pm separato dal giudice. Si capisce benissimo che è un abile mossa per far gravare l’onere della prova sui sostenitori del sì. Ma basta intervistare qualcuno dei penalisti che alla mattina vanno in udienza per comprendere che la stortura capace di affliggere il ruolo del difensore è il vincolo vistoso e permanente di effettiva colleganza tra chi giudica e chi sostiene l’accusa. Sono due fratelli gemelli abituati a stare fianco a fianco nella vita professionale per contribuire a far eleggere dal Csm un certo magistrato a capo di un ufficio e poi si ritrovano in posizione frontale nel processo con un sottile cordone ombelicale che continua a tenerli uniti nonostante le funzioni autonome. Certo, si possono chiudere gli occhi davanti ad una simile degenerazione, ma è proprio quello che vuole evitare la legge sulla separazione delle carriere riportando i magistrati alla purezza dei loro ruoli.

Rimane ancora da segnalare un’altra deviazione definibile in termini di strabismo ideologico. In una intervista al Corriere della Sera di qualche giorno fa Massimo D’Alema si è dichiarato per il no per contrapporsi a una proposta della destra forcaiola che ha tenuto a battesimo una riforma inutile, sbagliata e pericolosa. Sono parole di fuoco che il leader storico della sinistra pronuncia rivolgendo una pistola carica a salve contro sé stesso e la sua parte politica. Tutti ricordano bene che sono stati il Pci e il Partito Democratico a promuovere e sostenere la svolta garantista contro le incrostazioni inquisitorie del codice Rocco fino a dar vita alla legge delega per il nuovo rito accusatorio confezionato per il Governo dalla cultura delle Università. Come si fa a ritenere inutile la separazione delle carriere che è invece proprio il punto di arrivo di un percorso virtuoso che ha già cancellato la figura ibrida di un pubblico ministero mezzo accusatore e mezzo giudice per delineare una funzione processuale con piena indipendenza, forte ma inidonea a interferire nell’imparzialità del giudicante? Parlare poi di scelta sbagliata non ha proprio senso perché è come dire che i padri nobili del garantismo, Giuliano Vassalli, Gian Domenico Pisapia e Giovanni Conso hanno parlato a vuoto quando si sono resi interpreti della esigenza della separazione per ricondurre il pubblico ministero alla sua dimensione di parte davanti al giudice. Quando poi D’Alema vede nella legge oggetto di referendum una normativa pericolosa pensa probabilmente al sorteggio dei magistrati da inserire nel Csm. In sintonia con la Magistratura associata, egli ritiene che sia questa la più grande sciagura destinata ad abbattersi sul mondo giudiziario con la perdita delle correnti.

A ben vedere però non ci sarà una scomparsa degli aggregati correntizi nella vita delle toghe perché essi rinasceranno come centri di cultura e non come centri di potere. Ne deriverà quindi un totale distacco dalle matrici ideologiche esterne alla magistratura aprendo la strada verso una ancor più accentuata indipendenza. È quindi una vera forma di strabismo ideologico guardare solo verso destra dimenticando il notevole tasso di garantismo che ha consentito di elaborare la legge costituzionale sulle carriere separate dei magistrati.

Un ultimo rilievo su un argomento fallace che sembra affascinare le forze del no. Ne è rimasto ammaliato anche Pierluigi Bersani che in un talk show televisivo si è lasciato andare a ripetere una favoletta che gira oramai da qualche settimana sulla bocca di molti supporter del no: “ma ragazzi, questi hanno cambiato ben sette articoli della Costituzione!”, come dire che ci sono stati improvvidi picconatori protagonisti di una demolizione troppo estesa. Ma non è così. La modifica delle norme della Magna Carta non è certo un fatto rovinoso tenuto conto dello spazio recuperato per l’espansione dell’indipendenza dei magistrati, così da dimostrare che c’è stata una proficua reformatio in melius della supremazia dei magistrati sulla politica e non certo un sacrificio delle toghe. Quello dei sette articoli frantumati è dunque un falso argomento liquidabile come visibile agudeza.

Il repertorio delle stonature che va dal futurismo giudiziario allo strabismo ideologico passando attraverso i pensierini del tempo che fu e le risibili agudezas induce a bussare alla porta dei comitati del no per invitarli a modificare lo slogan che compare al centro dei manifesti fatti appendere nelle strade delle città in cui si legge: “è giusto dire no” sostituendo la scritta con “è opportuno dire no”, aggiungendo fra parentesi in un corpo più piccolo: “(per assecondare l’opportunismo che si nasconde dentro la toga di qualche magistrato)”.