Venerdì 20 Febbraio 2026

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La separazione delle carriere spiegata (e ricordata) alla sinistra

Ce la faranno i riformisti del Pd a portare un po’ di popolo di sinistra a votare SI per le riforme e la civiltà giuridica che ha fatto parte anche della loro storia?

19 Febbraio 2026, 17:59

20 Febbraio 2026, 07:53

La separazione delle carriere spiegata (e ricordata) alla sinistra

Il bollino blu dei diritti civili e del garantismo lo hanno in pochi, i radicali, i liberali e in seguito Forza Italia con i suoi chiaroscuri. A sinistra si va infoltendo la piccola truppa di coloro che, in nome delle riforme e in particolare di quella che porterà al referendum del 22 marzo, guardano con occhi diversi le inchieste giudiziarie e osano spezzare la sacralità dedicata dai loro partiti ai procuratori. Ma, quando gli esponenti più illuminati dell’area riformistica del Pd ricordano, con una sorta di straniamento, la cultura della propria storia come percorso di libertà e diritti civili, devono girare l’attenzione all’indietro con un bel salto temporale.

Certo, le battaglie per le leggi sul divorzio, la libertà di scelta della donna nella gravidanza e la riforma del diritto di famiglia che ha abolito la figura del “pater”, sono targate in modo significativo a sinistra. E c’è stata nel passato, al fianco e spesso in contrasto con la dirigenza del Pci, un’ala movimentistica, composta di intellettuali, avvocati e magistrati che avevano fatto del garantismo la propria bandiera. Indimenticabile, dopo la strage del 2 agosto 1980 a Bologna, la difesa, sul piano delle garanzie e dei diritti, da parte degli eretici, quelli che erano stati radiati dal partito nl 1969 e avevano fondato il Manifesto, “quotidiano comunista”, nei confronti di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Un piccolo gruppo, ma di grande consenso, che difendeva l’innocenza di due terroristi di destra.

Ma erano comunisti, o la zecca nella criniera del cavallo di razza, come pensava qualche dirigente togliattiano? E come oggi ragiona Gianrico Carofiglio nei confronti degli attuali riformatori del Pd. C’è sempre stato questo disagio, all’interno del maggior partito della sinistra europea, sulle questioni della giustizia. Non è proprio cominciato tutto con Mani Pulite. E’ vero che negli anni 1992-93 nella sostanza il Pci, che non solo riceveva finanziamenti dall’Unione sovietica, ma che aveva partecipato con gli altri partiti alle grandi spartizioni, era stato sostanzialmente graziato dalle procure. Ma la verità è che la sua ala riformistica, che veniva definita “migliorista” o con disprezzo “craxiana”, a Milano fu sterminata dalle inchieste giudiziarie.

Una vera operazione chirurgica, di fronte alla quale il partito usò la politica delle tre scimmiette: non vedo, non sento, non dico. Nessuno disse, infatti. Eppure si trattava di figli dello stesso padre. Ma era stato lo stesso Enrico Berlinguer, con la famosa intervista a Scalfari su Repubblica il 28 luglio 1981, a sancire la “diversità” e la superiorità morale dei comunisti. Era il dogma di un mondo puro, incontaminato, la sintesi del Bene in contrapposizione al Male, quello degli altri. Concetti risuonati ancora oggi, sia pure fuori dal recinto della sinistra, nelle parole del procuratore Nicola Gratteri. I buoni che votano No, i cattivi e malfattori che sono per il SI. La stessa cultura che finirà, negli anni 1992-93, per far scegliere alla sinistra come proprie icone, come angeli vendicatori nel tempio degli onesti, non più Marx-Lenin-Mao, ma i procuratori.

I precedenti non erano mancati, basti pensare all’impaccio della sinistra dopo l’arresto di Enzo Tortora, da subito scaricato come “camorrista”, perché così dicevano i magistrati e soprattutto i “pentiti”. E, a proposito di icone e di miti, il famoso “Io so” con cui Pier paolo Pasolini voleva processare il potere politico anche senza prove, sostenendo che non occorrono prove per condannare. Una vita travagliata, combattuta tra sani principi pannelliani e il garantismo sempre e comunque nei confronti dei soggetti più fragili della società, ma la fatica di saper applicare gli stessi principi nei confronti degli “altri”. Dove “altri” sono gli avversari politici o i centri di potere, che sono considerati nemici solo quando si perdono le elezioni.

Anche le differenze di classe sociale ed economica si infilano nella contraddizione della sinistra italiana. Così si sta dalla parte dei diritti del ragazzino che scippa la borsetta alla signora, senza soffermarsi troppo sul fatto che la scippata è prima di tutto una vittima, magari la tua vicina di pianerottolo. E non la sciura di via Montenapoleone.

Ma schiena dritta sulla “questione morale” e politica della “non difesa” nei confronti dei parlamentari colpiti dalla “rivoluzione-colpo di Stato” di Tangentopoli, come nel caso di Gianni Cervetti, un grande leader comunista abbandonato al proprio destino con il collo sul ceppo allestito dai procuratori milanesi. Triste fu il giorno in cui il partito della sinistra italiana, ormai diventato Pds, nel nome della discontinuità, votò addirittura a favore dell’arresto di un proprio deputato. Avevano prevalso le monetine a Craxi, tirate dai ragazzi della Fgci insieme a quelli della destra, sulla ragione, le regole dello Stato di diritto e l’intangibilità del Parlamento.

Era parso indispensabile affossare politicamente il Presidente Francesco Cossiga con l’impeachment, dopo che lui aveva minacciato di mandare i carabinieri al Csm, “contro le ipocrisie di un sistema che non si lasciava riformare” e un mondo, quello dei magistrati, che aveva realizzato il sogno di trasformarsi da “ordine” in “potere”. Era il mondo autoritario dell’inquisizione. Era il mondo di coloro che nel 1989, quando un ministro socialista e medaglia d’argento della Resistenza, Giuliano Vassalli, aveva saputo riformare il processo penale introducendo il sistema accusatorio, avevano sviluppato una massiccia resistenza passiva, che non si è mai spenta.

Ci hanno anche provato, i più volenterosi del mondo di sinistra, passati i primi anni conseguenti alla bufera giudiziaria dei primi anni novanta, a riscoprire la propria anima libertaria con la votazione, in seguito a un emendamento dell’esponente del Pds Cesare Salvi e del Presidente del Senato Marcello Pera di Forza Italia, dell’articolo 111 della Costituzione sul giudice terzo. Il primo sviluppo del codice Vassalli e l’anticamera del completamento di oggi, se la riforma Nordio sarà approvata in sede referendaria. Ma, a dimostrazione dell’altalena che sempre alberga nei cuori di uomini e donne del Pci-pds-ds-pd, non va dimenticato quel che era accaduto un anno prima, in piena Bicamerale D’Alema.

Era il 22 febbraio del 1998 quando, con un’intervista al Corriere della sera, il pm milanese Gherardo Colombo, forse per timore che qualche politico avesse vuoti di memoria, ricordò a coloro che si erano (o erano stati) salvati che la procura di Milano aveva solo “inciso la crosta” della corruzione. E aveva spiegato ai lettori che quella italiana era solo “storia criminale”, mentre “le riforme (erano) ispirate dalla società del ricatto”. Un colpo al cuore di una commissione che si accingeva a votare tra l’altro proprio la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Finì la Bicamerale e finì anche il ruolo di guardasigilli dell’avvocato Flick, un riformatore sacrificato sull’altare delle toghe.

Avanti e indietro, su e giù. Ma la bestia dell’Inquisizione nel frattempo si è allargata e nutrita nella pancia della sinistra, lasciando all’angolo quelli come Cesare Salvi, che non ha cambiato idea e oggi si trova al fianco di altri riformatori come lui nella campagna per il SI, da Augusto Barbera a Stefano Ceccanti, Enrico Morandi e Paola Concia. Ce la faranno a portare un po’ di popolo di sinistra a votare SI per le riforme e la civiltà giuridica che ha fatto parte anche della loro storia? Crediamo di si, gli anticorpi che si sono sviluppati nella pancia della bestiaccia inquisitoria, sono robusti. E potrebbero abbattere i bacilli dell’Inquisizione e dell’autoritarismo reazionario che ha da tempo attaccato il corpo della sinistra italiana.