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Il commento

Disinformazione e molta confusione. Questo referendum è un’occasione persa

A un mese dal voto del 22 e 23 marzo, il confronto su pm e giudici diventa una guerra di slogan: più rumore che strumenti per capire

18 Febbraio 2026, 10:30

Disinformazione e molta confusione. Questo referendum è un’occasione persa

Manca circa un mese al voto referendario sulla separazione delle carriere, eppure una cosa appare già chiara: comunque vada il risultato, la prima vincitrice di questa campagna referendaria è la confusione. E con essa, la disinformazione. Il tema del referendum è certamente complesso. Riguarda l’assetto della magistratura, il rapporto tra pubblico ministero e giudice, l’equilibrio dei poteri nello Stato. È materia tecnica, delicata, che tocca princìpi costituzionali e che richiederebbe tempo, chiarezza, spiegazioni pazienti. Invece, lo scontro pubblico si è trasformato in una battaglia di slogan, accuse reciproche e semplificazioni estreme. Da entrambe le parti.

Coloro i quali promuovono il Sì insistono su un messaggio semplice: separare le carriere significa garantire maggiore imparzialità del giudice. Il pubblico ministero, sostengono, oggi è “troppo vicino” al giudice, appartiene allo stesso ordine, condivide concorsi e percorsi professionali. Separare le carriere renderebbe il processo più equilibrato. Fin qui, si tratta di una posizione legittima e discutibile nel merito.

Il problema nasce quando il messaggio si radicalizza. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati interventi sui social e nei talk show in cui si è arrivati a sostenere che senza la separazione delle carriere “non esiste un vero processo equo” o che “i giudici sono strutturalmente schierati con l’accusa”. Frasi forti, che colpiscono l’opinione pubblica ma che non reggono a un’analisi più seria. In diversi video diventati virali, si è suggerito che l’attuale sistema favorisca sistematicamente il pm, quasi fosse una regola non scritta. È una rappresentazione parziale.

I dati sulle assoluzioni, sulle riforme in appello e in Cassazione, raccontano una realtà più articolata. Ma nella campagna referendaria i numeri spariscono, sostituiti da narrazioni nette: o con noi per la giustizia giusta, o contro. Anche il fronte del No non è immune da forzature. L’argomento centrale è che la separazione delle carriere metterebbe a rischio l’indipendenza del pm, avvicinandolo al potere esecutivo. È un timore che merita attenzione, perché il modello di organizzazione della magistratura incide davvero sull’equilibrio istituzionale. Tuttavia, negli ultimi giorni si sono ascoltate affermazioni altrettanto estreme: “Con il Sì torneremo alla giustizia controllata dalla politica” oppure “È l’inizio di una deriva autoritaria”. Anche qui, lo scenario viene semplificato fino a diventare una minaccia esistenziale. In alcune assemblee pubbliche e in diversi interventi televisivi, il referendum è stato presentato come uno scontro tra chi difende la democrazia e chi la vuole smantellare. Una lettura che polarizza e che riduce uno strumento tecnico a simbolo ideologico.

Il risultato è che il cittadino medio non riceve strumenti per capire davvero cosa cambierebbe in concreto: quali sarebbero i nuovi percorsi di carriera, chi nominerebbe chi, quali garanzie resterebbero in piedi. Riceve, invece, messaggi emotivi, che spingono a schierarsi più per appartenenza che per convinzione informata. La confusione si amplifica sui social. Clip di pochi secondi, grafiche colorate con frasi categoriche, meme che ridicolizzano la parte avversa. In questi spazi la complessità fatica a trovare posto.

Negli ultimi giorni è circolata, ad esempio, una tabella che pretendeva di dimostrare come nei Paesi europei “moderni” la separazione delle carriere sia la norma assoluta. Mancavano, però, distinzioni fondamentali: i modelli di giustizia sono diversi, le modalità di nomina e controllo variano molto, il confronto non è lineare. Allo stesso modo, dal fronte opposto è stata diffusa una mappa che suggeriva che solo in sistemi “illiberali” esista la separazione, ignorando le differenze strutturali tra ordinamenti. Entrambe le rappresentazioni semplificano per convincere.

Il problema è che convincono confondendo. Un altro elemento che contribuisce alla disinformazione è la trasformazione del referendum in un test politico. Ultimamente, alcuni leader hanno legato esplicitamente il voto a un giudizio sul governo. Così, un quesito tecnico diventa un plebiscito. Quando il messaggio diviene “Votate Sì per rafforzare il cambiamento” oppure “Votate No per fermare questa maggioranza”, il contenuto del referendum passa in secondo piano.

L’elettore non è più chiamato a valutare un modello di giustizia ma a esprimere un’opinione su uno schieramento. È una dinamica nota e, in questo caso, rischia di essere particolarmente dannosa. Perché qui non si tratta di una misura economica o di una riforma fiscale. Si parla dell’architettura della giustizia, cioè di un pilastro dello Stato. La vittoria della disinformazione, comunque, non è tanto nel fatto che circolino informazioni false in senso stretto. Sta nel clima di confusione sistematica.

Nel fatto che le parole chiave vengono svuotate o caricate di significati impropri. “Indipendenza”, “imparzialità”, “equilibrio dei poteri” sono concetti che meriterebbero spiegazioni puntuali. Invece, diventano etichette da appiccicare alla propria posizione. Il rischio concreto è che il 22 e 23 marzo molti votino senza aver capito davvero cosa cambierà il giorno dopo. Non perché siano disinteressati ma perché non hanno ricevuto un’informazione chiara, onesta, completa. Servirebbe meno retorica e più pedagogia. Servirebbero confronti pubblici in cui si spiega, punto per punto, cosa prevede il quesito. Servirebbe ammettere le incertezze e i possibili effetti collaterali, da entrambe le parti.

In una democrazia matura, il referendum non dovrebbe essere una guerra di tifoserie. Dovrebbe essere un momento di scelta consapevole. Oggi, invece, sembra già chiaro che la campagna abbia prodotto più rumore che chiarezza. E quando il rumore supera le informazioni, la prima a vincere è sempre la disinformazione. Il risultato del voto dirà chi avrà la maggioranza. Ma la qualità del dibattito, purtroppo, sta già dicendo qualcosa su tutti noi.