L'intervento
L’ex presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, sollecitato da una domanda di Valentina Stella a proposito dell’incidenza delle correnti all’interno della Associazione nazionale magistrati, mi ricorda l’importanza storica e il ruolo nobile e positivo di queste svolte nella storia della magistratura associata. O meglio, mi ricorda che i “migliori magistrati” che hanno svolto tale nobile e storico ruolo “hanno preso parte alla vita dei gruppi associativi”. Santalucia mette in guardia (in questo caso escludendomi espressamente) contro le letture deformate dai “luoghi comuni” sul c.d. correntismo.
A dire il vero, le preoccupazioni di Santalucia andrebbero indirizzate più correttamente al presidente dell’ANM che, nei giorni scorsi, ha divulgato alcuni dati per dimostrare che la percentuale degli iscritti alle correnti sul totale degli appartenenti all’ANM sarebbe relativamente bassa (circa il 23 per cento). Se ne dovrebbe dedurre, dunque, che il “luogo comune” in questo caso sia l’eccessiva enfasi sul ruolo delle correnti.
Le due posizioni, insomma, non mi sembrano del tutto allineate. Ma non è questo che conta.
Quel che conta è che, se anche entrambe fossero fondate, e non ho dubbio che lo siano, sono del tutto irrilevanti rispetto alla scelta di votare SI o NO al referendum, anzi.
Sono irrilevanti, perché il punto non è quanto contino le correnti nell’ANM, ma quanto contino nella distribuzione dei ruoli chiave nelle istituzioni e quanto condizionino il governo dell’intera magistratura.
E sono irrilevanti perché non credo ci sia un solo italiano che neghi il contributo, spesso eroico, di tanti magistrati, così come esponenti delle forze dell’ordine, sindacalisti, giornalisti, professori e cittadini di ogni professione alla lotta alla criminalità e al terrorismo. Costoro, a cominciare proprio dai magistrati, costituiscono un patrimonio di tutti, non solo della magistratura e tantomeno dell’ANM. E forse, in questo dibattito imbarbarito fino all’inverosimile (e non mi riferisco ovviamente a Santalucia), sarebbe un bel segno quantomeno convenire su questo ed evitare di utilizzarlo come argomento di campagna elettorale con rivendicazioni di appartenenza del tutto fuori luogo.
Perché il tema di discussione non è, come forse qualcuno ha interesse a far credere, la resa dei conti con la magistratura o la rivincita della politica. La posta in gioco è la correzione di alcune storture che, soprattutto negli ultimi decenni, sono divenute intollerabili e che, persino molti attuali e autorevoli sostenitori del NO, magistrati, politici e giornalisti, avevano, in tempi non sospetti, denunciato.
Se non dilagasse la furia barbarica di questa campagna, e mantenesse un minimo di distacco, si potrebbe tranquillamente convenire sul fatto che quel patrimonio di intelligenza ed eroismo non sia affatto in contraddizione con l’esistenza di quelle storture.
Sarebbe come dire che non si possa parlare delle degenerazioni partitocratiche nella storia d’Italia, perché ci sono stati i Moro, i De Gasperi, i Dossetti.
Purtroppo, le degenerazioni sono rischi insiti in ogni sistema sociale, compreso quello della magistratura, ed è proprio per contenere le degenerazioni che, dai tempi di Montesquieu, si cercano soluzioni contro i rischi di abuso e di arbitrio.
Non a caso di fronte alle degenerazioni della politica alla fine del secolo scorso, fu la politica stessa, probabilmente controvoglia, ad intervenire modificando l’art. 68 della Costituzione ed eliminando l’autorizzazione a procedere , il meccanismo per cui, la magistratura avrebbe dovuto avere l’approvazione delle Camere prima di agire nei confronti di un parlamentare. Quale che sia il giudizio storico su quella decisione, non mi pare che nessuno, allora, si sia stracciato le vesti denunciando l’attacco alla Costituzione e il tradimento delle scelte e dei valori dei Padri costituenti.
La riforma costituzionale in discussione sull’ordinamento della magistratura dovrebbe, allora, essere affrontata con un atteggiamento laico. Esaminati i problemi, che ci sono, ciascuno deve valutare, nel merito, se le soluzioni proposte possano correggerli, senza invocare la lesa maestà della Costituzione, che gli stessi padri costituenti vollero modificabile, proprio perché non la concepivano come un totem intoccabile.
L’approccio, a corrente alternata, alla strenua difesa della Costituzione, se può servire, nell’immediato, come strumento di propaganda per evocare fantasmi e diffondere allarmismo, dovrebbe preoccupare tutti. Perché erode le basi della convivenza civile, facendo della Carta uno strumento di parte agitato dagli uni contro gli altri.
Come dicevo, rivendicare l’appartenenza dei grandi magistrati al patrimonio comune della Nazione (non solo dell’ANM) non è incompatibile con la constatazione che problemi ci siano e ci siano stati.
Ed è fin troppo scontato citare proprio il caso di Giovanni Falcone, che, appunto, appartiene al patrimonio di tutti, sostenitori del SI e del NO. Nei confronti di Falcone, il quale tra l’altro non era mai stato organico a nessuna corrente, anche all’interno della magistratura, ci sono state, a dir poco, resistenze e ostilità, fino alla sua mancata nomina a Capo dell’ufficio istruzione di Palermo e alle feroci polemiche correntizie sulla sua idea di istituire la Procura nazionale antimafia, accusata, guarda caso, di compromettere l’indipendenza della magistratura.
E dunque, dividiamoci pure, in modo auspicabilmente meno barbaro, sulla riforma, ma riconosciamo reciprocamente dei limiti in questo scontro: evitiamo che anche i padri della patria, tra cui tanti magistrati, diventino icone da brandire contro l’avversario.
Persino nella guerra combattuta con le armi vere ci sono limiti invalicabili, non trasformiamo la campagna referendaria in qualcosa di persino peggiore. Perché dopo il referendum, arriverà il 24 marzo. E ci sarà un paese da tenere insieme.