Mercoledì 18 Febbraio 2026

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Referendum, è in gioco la nostra idea di libertà

La consultazione sulla giustizia interpella la coscienza civica del Paese, ponendo una domanda essenziale: quale modello di cittadinanza intendiamo realizzare nell’ordinamento della Repubblica?

17 Febbraio 2026, 18:19

18 Febbraio 2026, 09:10

Referendum, è in gioco la nostra idea di libertà

Al di là delle contrapposizioni politiche o corporative, liberato dalle scorie partitiche, il referendum costituzionale interpella direttamente la coscienza civica del Paese, ponendo una domanda essenziale: quale modello di cittadinanza e di libertà intendiamo realizzare nell’ordinamento della Repubblica.

Non si tratta soltanto di una riforma dell’assetto dei poteri, né di una disputa tra visioni tecniche del processo o dell’organizzazione della giustizia. In gioco vi è qualcosa di più profondo: il rapporto tra il cittadino e lo Stato, tra l’autonomia delle istituzioni e la responsabilità democratica che le fonda. Ogni scelta costituzionale non definisce soltanto regole: disegna l’idea di libertà entro cui l’intera comunità decide di riconoscersi.

È in questa prospettiva che il presente rinvia inevitabilmente alla storia dell’ordinamento vigente. L’architettura che ancora oggi disciplina l’assetto della magistratura affonda le proprie radici nell’impianto normativo specchio del periodo fascista che lo ha generato: un’idea dello Stato che precede e sovrasta l’individuo, in un tempo in cui non vi erano cittadini titolari di diritti, ma sudditi inseriti in una gerarchia di potere.

La Costituzione repubblicana ha rovesciato quel paradigma, ponendo al centro la persona, i suoi valori che la definiscono, la dignità, l’eguaglianza e la libertà, costruendo un equilibrio tra i poteri fondato non sulla subordinazione ma sulla reciproca autonomia. Tuttavia, come accade nei passaggi storici profondi, non tutte le strutture normative sono state integralmente rifondate, alcune sopravvivenze continuano a riflettere una concezione anteriore alla piena cittadinanza costituzionale.

Il referendum si colloca precisamente in questo spazio di tensione tra origine e compimento della Repubblica. Non come giudizio sul passato, ma come scelta sul grado di coerenza che intendiamo realizzare tra i principi proclamati nel 1948 e le forme concrete dell’organizzazione dei poteri pubblici. Per questo la decisione che attende il Paese non riguarda una categoria né un equilibrio contingente tra istituzioni. Riguarda, più radicalmente, la misura della fiducia che una democrazia ripone nei propri cittadini e la forma di libertà che decide di garantire loro.

In fondo, ogni stagione costituente pone la stessa domanda, semplice e decisiva: se lo Stato debba ancora sovrastare la persona, o se debba finalmente riconoscersi al suo servizio. Il referendum chiama il Paese a una risposta senza alibi fondata non su un interesse di parte, ma sull’idea stessa di libertà, nei confini che vogliamo definire per la Repubblica che verrà. Deposte le contese del presente, resta soltanto questo: decidere se compiere fino in fondo la promessa costituzionale di una Repubblica fondata su e per i cittadini liberi ed eguali.