Il commento
Nel riquadro l'avvocato Francesco Verri
Voterò convintamente sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Trent’anni di militanza nelle aula di giustizia penali, e ciò che ho visto, non solo mi suggeriscono ma mi impongono questa scelta. Anche se non apprezzo affatto il governo Meloni e non ne approvo l’orientamento, il metodo e la maggior parte delle scelte. Non solo: lo combatto ogni giorno davanti alla Corte di Strasburgo, chiedendo che sia condannato per le innumerevoli violazioni dei diritti umani di cui si rende responsabile.
Tuttavia il fronte opposto annovera fra le sue fila giuristi cui mi legano profonde stima e amicizia: penso ad esempio al professor Mitja Gialuz e all’avvocato Luigi Li Gotti. O a Gianrico Carofiglio. E penso al professor Roberto Romboli che, fra il 1995 e il 1996, nell’Università di Pisa diresse, insieme al compianto professor Pizzorusso, la mia tesi sul “Consiglio Superiore della Magistratura e l’indipendenza del potere giudiziario in una prospettiva comparata fra Italia e Spagna”. Si tratta di studiosi e specialisti seri, preparati e onesti di cui non si può pensare che siano in malafede. Peraltro, ne ho ascoltato attentamente gli interventi, e credo che nei loro ragionamenti trovino spazio anche considerazioni valide (per quanto esse, dal mio punto di vista, siano destinate a soccombere rispetto alle ottime ragioni che intravedo per votare sì e che non sento il bisogno di riepilogare in questo momento perché sto parlando d’altro: è cioè del metodo).
Non escludo peraltro che ai tempi di quella tesi scritta sotto la guida del professor Romboli e del professor Pizzorusso – prima, cioè, di assistere nelle aule dei tribunali a cose inimmaginabili – sarei stato fra i sostenitori del no.E allora.E allora rispetto le opinioni contrarie alla riforma soprattutto se provengono da giuristi che si sono guadagnati la mia considerazione (mentre preferisco il professor Barbero che parla autorevolmente del Risorgimento a quello che si avventura, incerto, in un campo di cui sa decisamente meno). Ma esigo rispetto per la mia opinione e per quella di donne e uomini altrettanto competenti, autorevoli, illustri. E invoco un patto fra gli esponenti ragionevoli dei due schieramenti: fra lo schieramento che (secondo me) ha ragione e quello che (secondo me) ha torto. Un patto che isoli gli estremisti e coloro i quali dichiarano di difendere la Costituzione e invece ne calpestano i principi fondamentali. Un patto che emargini i violenti e tutti quei soggetti in cui sono certo che Marco Revelli scorga i tratti delle persistenza “antropologica” di atteggiamenti fascisti. Un patto che includa coloro i quali si ostinano a ragionare ed escluda chi sragiona.