L'intervento
L’avversione della magistratura per la separazione delle carriere e per tutto ciò che vada in qualche modo a toccare il cerchio delle sue prerogative non è una novità di questo referendum. In diversi momenti, prima di oggi, sono insorti contro il nuovo codice di procedura penale (è famosa la polemica fra l’allora sostituto procuratore di Milano Armando Spataro e il compianto presidente dei penalisti italiani Gustavo Pansini per la collocazione del pm al sullo stesso banco dei difensori), contro le limitazioni all’uso delle misure cautelari e delle intercettazioni, contro i disegni di legge di iniziativa popolare sulla loro responsabilità civile e sulla separazione delle carriere (dal 1987 al 1997, al 2000 e al 2022), contro il recepimento della direttiva UE 2016/343 sulla presunzione d’innocenza (bollata come “legge bavaglio”), contro la riforma dei Consigli giudiziari che ha conferito alla componente forense (pari a un quinto dell’assemblea) il diritto di voto sulle valutazioni dei magistrati, soltanto per citare i più famosi. E la motivazione è sempre stata la stessa: “Vogliono limitare la nostra indipendenza”.
Ma oltre a queste aperte manifestazioni di contrasto, esiste un costante lavorio di rafforzamento del cerchio di cui ho detto che, affinché non appaia dirompente, viene definito “cultura della giurisdizione” e, all’esterno del mondo giuridico, “cultura della legalità”, dove la giurisdizione e la legalità vengono rappresentate quale patrimonio esclusivo della magistratura invece che, com’è nella realtà, complesso di regole e fini condivisi (il Giusto processo) appartenenti a tutti gli attori della giustizia.
Come ha ricordato in un suo recente post Massimo Simbula, nel suo “L’uomo senza qualità”, Robert Musil sosteneva che “è una caratteristica fondamentale della civiltà che l'uomo provi una diffidenza assai profonda per l’individuo estraneo alla sua cerchia”. E questo rende evidente non soltanto cosa la magistratura intenda per “cultura della giurisdizione” o “della legalità”, ma anche il meccanismo in forza del quale ritenga, oggi come ieri, che qualsiasi apertura o restringimento della cerchia costituisca un deliberato attentato alla sua integrità.
È proprio il fatto di intendere la “cultura della giurisdizione” come patrimonio esclusivo della magistratura a far concepire l’accusa sostenuta dal pm, che appartiene alla stessa cerchia del giudice, non come una tesi che per sua natura va dimostrata, ma come una verità acquisita che può, semmai, essere scalfita o smentita dalla difesa con i pochi e decisamente meno efficaci strumenti di cui dispone rispetto al “monolite” dell’apparato investigativo dell’accusa. Ecco perché separare le carriere è l’unico modo per tutelare l’indipendenza del giudice anche, e soprattutto, dalla “diffidenza profonda per l’individuo estraneo alla sua cerchia” che poi è qualunque cittadino che egli sis chiamato a giudicare.