Sabato 14 Febbraio 2026

×

Il Paradosso

Solo la vittoria del Sì alla riforma può salvare il Pd dalla sua deriva identitaria

L’unico modo per contrastare davvero Giorgia Meloni è votare a favore del referendum e archiviare una segreteria dem che pare aver fatto della sconfitta un metodo

13 Febbraio 2026, 17:44

19:36

Solo la vittoria del Sì alla riforma può salvare il Pd dalla sua deriva identitaria

Forse nel Pd non se ne sono ancora accorti ma l’aritmetica suggerisce una cosa piuttosto semplice, benché paradossale: l’unico modo per contrastare davvero Giorgia Meloni è votare Sì e archiviare una segreteria dem che pare aver fatto della sconfitta non un incidente, ma un metodo, una vocazione.

Intendiamoci, qui siamo nel campo della politique politicienne, nel mondo degli arabeschi, della supercazzola come avrebbe suggerito l’eterno Ugo Tognazzi. Ma del resto cos’altro rispondere a chi da mesi, va ripetendo: “Io voto no perché voglio far perdere il governo Meloni”? È il mantra laico della sinistra social, convinta che il referendum sia una chiamata alle armi in difesa della Costituzione mentre in realtà si rischia di difendere il proprio posizionamento e, incidentalmente, privilegi e storture della magistratura che sono figlie di decenni di correntismo.

Una postura certificata anche dall’ultimo sondaggio di Bruno Vespa secondo il quale il 70% di coloro che dichiarano di votare No, lo fa esplicitamente contro Meloni. Non per difendere l'autonomia delle toghe, come spaccia da mesi l’Anm, né perché ha a cuore un Csm di eletti e non di sorteggiati. Tutte balle: votano no per “dare una lezione al governo Meloni”.

Insomma, da mesi il referendum sulla separazione delle carriere non viene discusso: viene brandito. Non c’è una riga, una, che entri davvero nel merito. Nessuna riflessione su cosa significhi avere pm e giudici nella stessa corporazione, nessuna curiosità su come funzioni la giustizia negli altri paesi UE, nessun approfondimento su cosa sarà questa benedetta Alta Corte. La verità è che la riforma è del tutto irrilevante, l’argomento è Giorgia Meloni e il referendum è diventato una sorta di elezione di Midterm. E va bene. Se la vogliono buttare in politica, allora seguiamoli.

Partiamo da un dato difficilmente contestabile: oggi Giorgia Meloni dorme sonni tranquilli. E non certo per meriti propri, ma grazie ai suoi avversari. Ha davanti a sé l'antagonista perfetto: identitario e incapace di parlare a un elettore che non frequenti le bacheche col sigillo della sinistra-sinistra. Peccato si tratti del profilo di chi ha deciso le elezioni degli ultimi 30 anni. E lei, la premier, è lì tranquilla che osserva mentre l’opposizione confonde l’antimelonismo con una proposta politica.

Ma la verità è che un vittoria del Sì cambierebbe molto più nel centrosinistra che nel centrodestra. Obbligherebbe il Partito democratico a scegliere se continuare la sua vocazione alla sconfitta permanente, oppure riscoprire il riformismo, parola ormai pronunciata con sospetto e terrore.

Insomma: esistono ottime ragioni per votare sì nel merito della riforma. Ma, visto il livello del dibattito, esistono anche ottime ragioni “politiche” per votare sì. Il voto sulla giustizia potrebbe rivelarsi il primo vero referendum non sul governo, ma sul destino dell’opposizione. E su un Pd che da anni vaga nelle nebbie rassicuranti dell’identitarismo, dove si perde molto facilmente la politica e si ritrova sempre la testimonianza.

Se il Sì vincesse, al Nazareno qualcuno dovrà prima o poi presentare il conto a chi ha accompagnato il partito verso l’ennesima sconfitta, vissuta come una raffinata forma di coerenza. Il paradosso, in effetti, è tutto qui: potrebbe essere proprio il Sì a sottrarre il Pd al suo destino minoritario, e dunque a configurarsi come l’unico voto autenticamente anti-meloniano. Conviene ricordarselo...