Il commento
«Chi era lei? Uno sbirro?» Peggio: giudice»Perché iniziare con due battute del dialogo tra Valentine (Irène Jacob) e Il giudice (Jean-Louis Trintignant), tratte da una pellicola straordinaria come Film Rosso di Kieslowski ?Ma per mettere le mani avanti: non dubito infatti che più di un collega sarà tentato dall’affibbiarmi l’etichetta di “amico dei giudici” Del resto il giudice Kern di Kieslowski è un personaggio dignitoso: ha sbagliato una volta, e si è dimesso dall’ordine; mi ricorda la seconda regola deontologica di Luigi Ferrajoli: «La consapevolezza epistemologica del carattere solo relativo della verità processuale, e perciò l’etica del dubbio quale elemento essenziale della deontologia giudiziaria».
Uno dei punti di vista con cui guardare allora all’ “epocale” riforma avviata dal governo potrebbe allora essere proprio questo: quali maggiori garanzie il nuovo ordinamento potrà dare al processo penale (e a quello civile: di recente ha posto la questione Giuliano Scarselli, ricordando quanto sia presente il P.M. anche in quell’ambito)?
Mi si potrebbe ancora dire: «A quale titolo ne parli, tu che sei un civilista?». Verissimo, e potrei appartenere alla schiera di quei civilisti “poco coinvolti nella riforma” e così evidentemente poco informati da esser portati ingenuamente a non occuparsi solo dei fatti loro, come con sprezzatura (nel senso nobile di studiata noncuranza) un collega penalista come Gian Domenico Caiazza li ha descritti. Facili le risposte: forse non siamo solo “alcuni”, ma un numero un po’ più consistente; e soprattutto ci sono diversi esponenti del mondo del diritto penale che la pensano come questi sparuti civilisti. Civilisti o penalisti, non se ne può discutere invece come semplici cittadini ?
La separazione delle carriere – che dà il motto a tutta la riforma – è l’aspetto che temo sia destinato ad avere il maggior impatto sull’opinione pubblica, che potrebbe essere portata a pensare che i ruoli P.M. e giudice siano liberamente interscambiabili. Ormai dovrebbero sapere tutti che dal 2006 il cambio delle funzioni può essere chiesto una sola volta durante la carriera, entro un termine determinato (e determina il cambiamento di sede). I dati statistici confermano lo scarsissimo uso di questa facoltà: quel problema “pratico”, quindi, non esiste (più).
Il profilo che mi preoccupa di più è un altro, ed è stato espresso in modo chiarissimo tra gli altri da Gian Luigi Gatta, che nel dar rilievo alla conseguenza istituzionale che se ne vuol trarre (i due CSM), ha sottolineato il dubbio che un CSM autonomo rafforzi la prospettiva dei PM come “corporazione”, dotata istituzionalmente di poteri ben più forti di quelli che ha una parte privata come l’avvocato. Per i sostenitori della riforma bisognerebbe guardare a quanti altri ordinamenti prevedono la separazione; facciamolo, e i risultanti non sono confortanti.
Stati Uniti ? Il plea bargaining costituisce ormai lo strumento principe dell’amministrazione della giustizia penale (con percentuali del 98% dei casi) giusto grazie allo strapotere della pubblica accusa (definizione laggiù corretta), che va a braccetto con la non obbligatorietà dell’azione penale. In Germania, Francia, Spagna, le procure sono comunque soggette al potere esecutivo, con diversi meccanismi. Il Portogallo parrebbe l’eccezione che conferma la regola (quella che sembra altrimenti abbinare all’autonomia formale delle Procure la loro sottoposizione al potere esecutivo): ma allora perché PM portoghesi hanno espresso la loro «profonda preoccupazione» per la riforma costituzionale italiana ? Insomma, lascerei la parola a uno che se ne intende, nientepopodimeno che Pier Camillo Davigo, che durante il dibattito tenuto alla festa del Fatto Quotidiano ha detto: «Oggi il pubblico ministero è collega del giudice. Se li separano, non sarà più collega del giudice, ma sarà sempre collega degli altri pubblici ministeri; e qui sono dolori». Viva la sincerità !
Va detto fuori dai denti che l’esperienza storica insegna che non c’è da fidarsi troppo della resistenza morale dell’ una o dell’altra categoria di servitori dello Stato quando si insedia un regime forte. Nè il fascismo, e neppure il nazismo hanno avuto bisogno di feroci persecuzioni, perché la massa si è adattata velocemente alle nuove regole. E lo stesso è valso per gli avvocati (e per le Università), lo dico a scanso di equivoci. Il recente caso della Turchia lo conferma: incarcerati o espulsi centinaia di magistrati (e avvocati) i vuoti sono stati velocemente riempiti con concorsi straordinari da parte di migliaia di aspiranti servitori del potere, e non più dello Stato.
Torna allora il cittadino a dire che i più interessati a una magistratura indipendente sono…gli avvocati. E’ attualissimo il dibattito sulla involuzione di diverse forme di governo che pur restando formalmente democratiche si avviano verso l’autoritarismo: penso a Orban, Trump (ma anche Nordio fa venire qualche pensiero quando rivolto all’opposizione ricorda come la riforma farebbe comodo anche a lei, qualora tornasse al governo…). Ebbene, non si può non riconoscere che l’ultimo argine contro questa deriva è costituito dalla magistratura; e un esempio di questa consapevolezza è dato dalla netta presa di posizione dell’American Bar Association a tutela dei giudici che pongono ostacoli alla presidenza Trump, anche perché contemporaneamente l’intimidazione è rivolta contro gli studi legali: quod erat demonstrandum . E allora, con Bartleby, scelgo un garbato «preferirei di NO».