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L'analisi

Il pm e il professore: perché la riforma spaventa i padroni delle procure

Dal ruolo del Csm alla separazione tra pm e giudici, visioni opposte sul futuro dell’ordinamento e sull’equilibrio dei poteri

12 Febbraio 2026, 09:18

Il pm e il professore: perché la riforma spaventa i padroni delle procure

Cassese e Gratteri

Sono come due rette non euclidee, di quelle che paiono più divergenti che parallele, le storie, il pensiero e il linguaggio di Sabino Cassese e Nicola Gratteri. Il percorso del giurista, la carriera del procuratore. Il Sì e il No che non riescono a guardarsi neppure se li mettiamo virtualmente allo stesso tavolo. Uno sa a memoria la Costituzione, l’altro spara parole di certezza che colpiscono come pallottole. Ma si deve stare attenti, quando si è brillanti e mediatici e di grandi ascolti televisivi, a non inciampare nella memoria di qualcuno.

Per esempio, se ci si vanta (giustamente) della propria purezza, per non aver mai fatto parte di nessuna corrente del sindacato delle toghe e per non aver mai brigato nel Csm, bisognerebbe essere sicuri di non esser mai stati contaminati da un certo “metodo” e magari di non aver mai incontrato Palamara quando era membro proprio della commissione disciplinare. Quella che giudicò il procuratore generale Otello Lupacchini. Non basta la purezza per sostenere che le riforme sono inutili, persino i necessari cambiamenti del Csm. Forse sarebbe utile invece, quando si ragiona sul Consiglio superiore della magistratura, cominciare e togliergli quell’aura di religiosità che, nell’immaginario di chi non lo conosce, lo fa sembrare una sorta di Parlamento delle toghe. E fa inorridire all’ipotesi che in un prossimo futuro, se al referendum vinceranno i Sì, i suoi membri verranno nominati per sorteggio. Sabino Cassese ha il coraggio di spogliare la sacralità del Csm fino a ridurlo a quello che è nella realtà, “una sorta di Direzione generale del personale collettivo, che decide assunzioni, promozioni, assegnazione di sedi, trasferimenti…”. Un organo amministrativo, dunque, incaricato della gestione del personale.

Niente di più o di meno, dovrebbe essere. E chiunque dovrebbe essere in grado di svolgere quei compiti, anche le toghe sorteggiate. Ma non si può dimenticare il fatto che il magistrato è un funzionario dello Stato che ha vinto un concorso, un burocrate per il quale la carriera è tutta, o quasi, la sua vita. Ma anche che, soprattutto nel settore penale, in particolare i pubblici ministeri e in particolare i capi delle procure, hanno assunto negli ultimi decenni un ruolo di grande spessore politico. Ecco perché le varie commissioni del Csm, compresa quella disciplinare, sono diventate veri centri di potere, e di reciproci condizionamenti. Il sorteggio dovrebbe spezzare le gambe al meccanismo.

Nicola Gratteri, proprio per la sua caratteristica di investigatore puro e sganciato dalle correnti politiche del sindacato, è sempre stato favorevole al sorteggio. E oggi, pur di bocciare la proposta, si appiglia al fatto che tra i 9mila magistrati sarà più semplice la selezione, mentre sarà indispensabile ricorrere al sorteggio ”temperato” tra i 150mila avvocati, docenti e dirigenti vari titolari dei requisiti necessari per rappresentare la componente laica. Afferma però il procuratore di Napoli per giustificare la propria retromarcia, anche una palese menzogna, con queste parole: “L’obiettivo è avere un Csm più debole: quando sarà a trazione politica, la magistratura sarà meno tutelata”. Forse ignora il dottor Gratteri che nei due futuri Csm i due terzi dei componenti saranno togati, e solo un terzo saranno i laici. Dove è quindi la “trazione politica”? Quella delle toghe? E come la mettiamo con il fatto, volutamente ignorato dai sostenitori del No, che ambedue i Consigli saranno presieduti dal massimo organo di garanzia quale è il Presidente della Repubblica?

Ma dopo aver protestato, e anche scioperato, contro la riforma Cartabia che ha di fatto separato del tutto le funzioni requirente e giudicante, pare quasi un paradosso sentir dire che tanto le carriere sono già disgiunte. Ma è questione di percorsi. Il professor Cassese, come capita alle persone colte, lo sa spiegare con semplicità con un esempio. In sala operatoria ci sono il chirurgo e l’anestesista, due ruoli fondamentali e complementari, ma diversi.

E vanno scelti con differenti procedure, “valutando attitudini diverse”, e quindi con differenti percorsi. Concetti che vengono presentati con garbo. Ma l’interlocutore virtuale non demorde. Prima di tutto perché “il pm nella sua testa deve essere un giudice: quando acquisisce la prova deve applicare la giurisprudenza più favorevole all’indagato. Io ho sempre fatto questo e ho cercato di insegnarlo ai giovani magistrati”. Sorvoliamo per un attimo sull’esperienza personale dell’ex procuratore di Catanzaro e i tanti provvedimenti annullati da tribunali del riesame, Cassazione, e tribunali. Soffermiamoci invece sul seguito dell’intervista che il procuratore di Napoli ha rilasciato al Fatto quotidiano, quando si avventura a dire che “se il pm è accusatore e basta, senza più l’obbligo di trovare anche prove a favore dell’imputato, noi facciamo una riforma che danneggia almeno il 90% dei cittadini che incappano in problemi giudiziari”.

Abbiamo dunque, con una riforma costituzionale, abolito anche l’articolo 358 del codice di procedura penale, dottor Gratteri? Ma l’hanno intervistato in sei senza accorgersi dello strafalcione, anzi dell’imbroglio? Certo era forse più semplice, e soprattutto più rispondente alla realtà del testo della riforma, limitarsi al percorso scelto dal professor Cassese, ricordando la necessità di completare il senso del codice del 1989 e dell’articolo 111 che ha inserito, rafforzandone la figura, il pubblico ministero in Costituzione. Ma le bugie sono spesso figlie della demagogia, il cui massimo è sempre l’appellarsi alla giustizia solo per i ricchi, cioè quella della riforma dell’ordinamento giudiziario, e quella che difenderebbe i poveri non attuando mai nessun cambiamento, nessuna riforma, nessun progresso. Mancava la tiritera del “pm sotto l’esecutivo”? Non manca, benché sappiamo come sarebbe sufficiente, soprattutto per un magistrato, la lettura del nuovo articolo 104 per mettersi una mano davanti alla bocca e tacere. Ma vogliamo ricordare, al riguardo, come suggerisce il professor Cassese, il fatto che ben 200 magistrati sono già, per propria scelta, “ai vertici della struttura amministrativa chiamata ad assicurare i servizi della giustizia, il ministero della giustizia, alle dipendenze di un ministero, cioè del potere esecutivo”.