Il commento
Ci sono infinite narrazioni sul referendum che si terrà prossimamente e, purtroppo, il dibattito pubblico è già stato ampiamente inquinato.
Il problema della separazione delle carriere, al di là dei racconti che se ne possono fare, si condensa essenzialmente nella circostanza che ci sono due attori del processo penale, pm e giudice, che interpretano ruoli differenti eppure hanno affrontato (insieme o in anni diversi poco importa) la stessa difficilissima sfida concorsuale per diventare magistrati e che adesso appartengono alla medesima istituzione, alla quale sono entrambi professionalmente assoggettati.
Ebbene, in un ordinamento dove l’accertamento dei fatti criminali è per Costituzione ripartito tra attività accusatoria (pubblico ministero), attività difensiva (avvocato) e attività giudiziale (giudice), sorge spontanea una domanda: com’è umanamente possibile che la vicinanza culturale e l’appartenenza di categoria del pm e del giudice scompaiano e non facciano sentire il loro peso – anche solo indirettamente, inconsciamente – quando il magistrato che giudica si dovrà pronunciare su un’istanza avanzatagli dal magistrato che fa le indagini e sostiene l’accusa? Non è possibile. Anzi, è normale che ci si fidi di più di qualcuno che si conosce oppure che si sente a noi in qualche modo accomunato, invece di qualcuno che sta “fuori dalla nostra cerchia”.
Con questo non intendiamo certo dire che nel sistema attuale la giustizia è amministrata iniquamente a causa dell’assetto che vede uniti, in un unico corpo, pubblici ministeri e giudici. Non è corretto fare di tutta l’erba un fascio e soprattutto non si può francamente sostenere che le decisioni giudiziali siano decisioni solitamente appiattite sulla posizione dell’accusa: qualche volta accade, va riconosciuto, ma non è assolutamente la regola.
Allo stesso modo, i sostenitori del “No” non possono – o meglio, non dovrebbero – maliziosamente inabissare l’aspetto centrale della riforma. Non ne andrebbero diffuse rappresentazioni distorte o addirittura false e mistificate; né se ne dovrebbe sminuire l’importanza, con prospettazioni illusorie e ipocondriache di terribili sbilanciamenti nell’equilibrio tra i poteri dello Stato; e neppure andrebbe oscurato, questo aspetto centrale della riforma, dietro il paravento di tecnicismi che attaccano alcune carenze del testo legislativo.
Non vogliamo qui scendere dettagliatamente nel merito delle tecnicalità della legge costituzionale in questione. Ci limitiamo a constatare qual è la risposta verso la quale naturalmente ci spinge il senso di giustizia, se posto di fronte al quesito referendario sulla separazione delle carriere.
In un sistema processuale in cui accusa e difesa sono parti equidistanti dal giudice, è giusto che la genesi e la vita professionale del magistrato requirente non siano le medesime di quelle del magistrato giudicante? Sì, è giusto.
Al contrario, è ingiusto – e lo si avverte intensamente – che due protagonisti dell’accertamento criminale abbiano tra loro (lo si ripete: anche solo involontariamente) un’intesa che col terzo protagonista, vale a dire il difensore, non potrà mai esserci perché con quest’ultimo non c’è stata condivisione delle analoghe fatiche concorsuali e del medesimo percorso formativo, né vi è la stessa appartenenza categoriale.
Si chieda a chi il dramma del processo penale lo ha vissuto e sperimentato, quali sintonie e quali intese si respirano in un’aula di giustizia e quali dissonanze e quali contrasti viceversa si registrano, e da che parte. Oppure lo vada a verificare di persona, da semplice spettatore, visto che le udienze dibattimentali sono pubbliche. Al cospetto di un’esperienza del genere, tenuto conto che di mezzo vi sono la libertà e quindi la dignità personale dell’individuo che si va giudicando, crediamo non ci possa essere una ragione che valga di più. Perciò, in definitiva, sì: è giusto separare le carriere del pubblico ministero e del giudice.
Prima ancora di qualunque argomento di merito giuridico (e gli argomenti a favore del “Sì” sormontano di gran lunga quelli del “No”), è il senso di giustizia che ci porta convintamente a sostenere l’iniquità di una situazione nella quale c’è il rischio – e tanto basta – che inconsapevolmente chi giudica possa sentirsi più affiatato con chi accusa, perché il pubblico ministero appartiene alla medesima istituzione e condivide lo stesso percorso di carriera professionale.
(*Penalista del Foro di Firenze, ricercatore e docente a contratto di Procedura penale)