«Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze», implorava, struggente e appassionato, Vladimir Majakovskij ai burocrati imbalsamati del Pcus. Lo ripetiamo oggi, coi necessari distinguo, agli amici dei comitati del Sì che sembrano intrappolati in una liturgia stanca e autoreferenziale.
Basta convegni, basta moquette, basta col chiacchiericcio dei palazzi dove ci si convince a vicenda di avere ragione. Spolverate - spolveriamo - i banchetti, aprite i gazebo, scendete (scendiamo) per strada, sfidate il No nelle sue roccaforti. E’ lì la trincea di questa battaglia, è lì che si vince (o si perde) la partita. Lì dove c’è quel quaranta e passa per cento di cittadini che del referendum non sa nulla, e non per colpa sua. Andate a dirgli che ridurre tutto a un voto pro o contro Meloni è un favore all’inerzia, è un’occasione buttata, è miopia politica. Spiegate loro che questo referendum non è un regolamento di conti col governo di turno, ma è un'occasione irripetibile di liberarsi di un giustizia ingiusta, lottizzata, correntizia, trasformata in macchina di potere, in nominificio permanente.
Le premier passano, i governi evaporano, ma i tribunali e le storture della giustizia restano. Smettiamola di parlarci addosso, di compiacerci della nostra lucidità minoritaria. Torniamo a fare una cosa semplice e antica ma necessaria: torniamo alla politica. Quella che sporca le scarpe, che spiega, che convince. Il resto è chiacchiera da salotto. E davvero ora non ce n’è bisogno...