Giovedì 05 Febbraio 2026

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Toghe per il Sì : perché un dissenso che “non conta” ossessiona quelli del No

Non si comprende come possa sfuggire, ai detrattori della riforma, l’effetto non voluto: confermare la politicizzazione della magistratura tanto sbandierata dal governo

05 Febbraio 2026, 19:08

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Toghe per il Sì : perché un dissenso che “non conta” ossessiona quelli del No

C’è una strana abitudine nel dibattito pubblico su questo referendum: trasformare un gesto di dissenso in una gara di percentuali. Se non sei numericamente imponente, allora non solo sei minoranza — cosa ovvia — ma diventi anche sospetto di millanteria, di enfasi indebita, quasi di abuso semantico.

La critica mossa ai magistrati dissenzienti che hanno deciso di staccarsi dalla propaganda dell’Anm, dichiarando di non vedere un rischio democratico nella separazione delle carriere, segue infatti un percorso curioso. Da un lato si dichiara implicitamente, enfatizzando la loro posizione minoritaria, che non meritano spazio, che non rappresentano nulla, che non vadano presi sul serio. Dall’altro, si assegna loro d’ufficio un megafono: quello della parte politica che ha voluto la separazione delle carriere, la destra.

L’effetto è paradossale: mentre si mettono nello stesso calderone magistrati con culture e inclinazioni diverse, etichettandoli come sostenitori del governo, si colloca automaticamente l’altra parte tutta a sinistra. Facendo, di fatto, la stessa operazione di semplificazione. Non si comprende come possa sfuggire, ai detrattori della riforma, l’effetto non voluto: confermare la politicizzazione della magistratura tanto sbandierata dal governo. In pratica, un assist al Sì. L’etichetta si estende poi matematicamente a chi decide di non silenziare il dissenso. Un gesto normale per la libera stampa, che viene immediatamente ingabbiato in uno schema. È una geometria morale rigida, che non ammette deviazioni: o sei dentro il perimetro, o sei il megafono del nemico.

Ragionamenti filosofici a parte, gli autoproclamati difensori della Costituzione negano a una parte della magistratura la patente di rispettabilità per il semplice fatto di discostarsi dalla posizione ufficiale. Una mossa un po’ autoritaria, ma tant’è. E anche se nessuno ha preteso di rappresentare chicchessia, la prima reazione è mobilitare una campagna di delegittimazione. Chissà quale posto direttivo non hanno ottenuto. Chissà quali guai disciplinari. Dove non arrivano le liste di proscrizione (quelle degli altri si possono fare), arriva l’insinuazione.

Sono ininfluenti, questi dissidenti. Eppure scatta comunque il riflesso condizionato: contarli. Uno per uno. E poi dividerli per il totale. Il risultato viene esibito come prova definitiva di inconsistenza. Ma è un sillogismo curioso: come se il valore di un dissenso dipendesse dal fatto di essere già maggioranza. In tal caso, per definizione, il dissenso non servirebbe mai. Il problema, allora, è che siano pochi, o forse che abbiano deciso di parlare?

Se davvero non contano nulla, basterebbe ignorarli. Invece vengono contati, ricontati, classificati, scomposti. Segno che quel gesto minuscolo, aritmeticamente irrilevante, produce un fastidio sproporzionato. Forse è proprio questo il punto. Queste voci sono fastidiose perché non rientrano nella sceneggiatura. Non sono abbastanza numerose per essere temute, ma nemmeno abbastanza marginali per essere ignorate. E allora l’unico modo per neutralizzarle è screditarle: ridurle a macchietta, ironizzare sul loro numero, attribuire loro ambizioni che non hanno mai dichiarato.

È una corsa dialettica al ribasso, perfettamente coerente con il dibattito che sta segnando questa campagna referendaria. Se queste voci sono davvero irrilevanti, perché tanto accanimento nel ridicolizzarle? Forse non sono una minaccia. Ma incrinano una certezza. E questo, evidentemente, spaventa.