Mercoledì 04 Febbraio 2026

×

La riflessione

Ma io dico: le pressioni sulle toghe rivelano la visione del governo

Dall’inaugurazione dell’anno giudiziario alle polemiche politiche: la riforma Nordio e il rischio di una frattura irreversibile tra poteri dello Stato

03 Febbraio 2026, 08:28

Ma io dico: le pressioni sulle toghe rivelano la visione del governo

Malgrado ogni precauzione e a conferma di ogni previsione anche l’inaugurazione dell’anno giudiziario si è trasformata, praticamente ovunque, in un’ulteriore occasione di scontro tra Ministero della giustizia e apici della magistratura italiana. Anche in Cassazione il tono pacato, ma fermo dei vertici della giurisdizione italiana sulla questione della riforma costituzionale ha suscito l’immediata reazione del ministro Nordio. E’ chiaro che la campagna referendaria stia precipitosamente scivolando nel baratro delle polemiche e delle feroci contrapposizioni. Forse era inevitabile e forse è anche giusto che accada: necesse est enim ut veniant scandala (Matteo, 18.7).

Se i presidenti delle Corti d’appello e i procuratori generali praticamente di tutta Italia hanno tuonato, con modulazioni diverse, contro il disegno di legge costituzionale che andrà al voto popolare, vuole dire che non si tratta più delle posizioni delle correnti dell’Anm e dei suoi vertici, ma che qualcosa di più profondo e irriducibile sta avvenendo nel sottosuolo della magistratura italiana la quale - per la prima volta - è chiamata a dire la propria su una riforma epocale come quella voluta dal governo. Altri referendum vi sono stati negli ultimi decenni (da quello per la responsabilità civile del 8/9 novembre 1987 a quelli del 12 giugno 2022 in cui non venne raggiunto il quorum del 50%), ma questa volta la partita è diversa per ragioni sia di metodo che di merito.

Sul metodo, è evidente che una riforma costituzionale approvata per quattro volte dal Parlamento senza che fosse modificata una virgola rispetto al disegno di legge governativo, rappresenta un precedente – come dire – non rassicurante. In effetti si è trattato di semplici “letture” come si suol ripetere nella comunicazione giornalistica, ma l’articolo 138 della Carta pretenderebbe altro quando stabilisce che “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi”; un intervallo consegnato alla riflessione, alla prudenza, alla pacatezza e, soprattutto, al confronto per evitare soluzioni affrettate. Se questo è il “metodo” preteso dalla Costituzione è chiaro che la riforma Nordio (e quella, sia chiaro, di qualunque altro governo o maggioranza in avvenire) costituisce un precedente negativo perché non è quella la postura raccomandata dai costituenti quando si intende por mano – e in modo così profondo – all’architettura costituzionale e non a qualche marginale, ma inevitabile maquillage.

Sul “merito” è evidente la percezione che, comunque vada il voto referendario, alla fine ci saranno macerie fumanti e un risentimento diffuso attraverserà il campo degli sconfitti. Un’acredine dovuta a una contrapposizione che non si è fatto, invero, nulla per evitare. La blitzkrieg tambureggiante e inarrestabile che ha contrassegnato l’approvazione della riforma è ora attesa alla battaglia decisiva, quella del consenso popolare e, prima ancora, dell’affluenza al voto. Chiunque abbia immaginato di poter vincere nelle urne a man bassa deve fare i conti con un atteggiamento del paese recalcitrante al voto; non c’è stata consultazione elettorale negli ultimi anni che non abbia registrato affluenze decrescenti e partecipazioni sempre più marginali dei votanti. E’ chiaro, allora, che le motivazioni politiche, e non tecniche, per andare alle urne saranno fondamentali e il fatto che la riforma provenga, come detto, direttamente dal Governo è diventato, obiettivamente, un fattore di debolezza per il fronte del “si” potendo gli avversari della riforma obliquamente lucrare su un certo, non esiguo, impaccio dell’azione politica di maggioranza sul territorio della giustizia e su quello, invero da anni contiguo, della sicurezza pubblica.

Anche gli ultimi, terribili episodi nelle piazze o nei parchi o presso le stazioni ferroviarie, rischiano di impallare il motore politico che spinge per la riforma e di mettere in imbarazzo una parte consistente del Comitato per il “si” che conta al suo interno avvocati e docenti universitari di chiara fama e di antico lignaggio garantista. L’ennesimo “pacchetto sicurezza” che i profila all’orizzonte (in ogni legislatura se ne varano almeno due o tre con qualunque maggioranza politica e spesso restano carta straccia), la probabile “stretta” sul versante repressivo rendono evidente una filigrana istituzionale, prima ancora che semplicemente politica o ideologica, dietro il progetto di riforma di cui si discute.

Nessuno può in buona fede dubitare che il testo della riforma non contenga, nel suo tenore letterale, un attacco diretto all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Chiunque legga negli articoli del disegno di legge una simile minaccia, avvantaggia chiaramente l’accusa dei fautori del “si” di un tentativo di manipolazione mediatica da parte delle toghe e delle forze politiche di opposizione. Tuttavia.

Tuttavia occorre fare i conti con una democrazia in rapido mutamento, un’evoluzione inarrestabile sembra intaccare i presupposti stessi del principio di separazione dei poteri e rende la giurisdizione inquirente l’obiettivo più immediato di questo processo che carsicamente corrode le originarie fondamenta della Repubblica. La necrosi delle istituzioni repubblicane – per come disegnate nel 1947 – appare evidente. Nessuno dei pilastri dello Stato è rimasto nell’alveo previsto dai costituenti. Il governo, diventato la prima fonte legiferante con i suoi decreti legge sottoposti a conversione con una discussione monocamerale (come denuncia da decenni la dottrina costituzionalistica), il parlamento, prima sfoltito nei suoi ruoli di un terzo e poi costretto a ratificare (come visto) anche le più delicate e sensibili opzioni governative, una presidenza della Repubblica costretta sempre più a un ruolo di interdizione e di moral suasion nella formazione delle compagini governative, nelle linee di politica estera, nel testo dei decreti da portare al voto del Parlamento (in modo magistrale scolpiti da “La Grazia” di Sorrentino), una Corte costituzionale scavalcata dalla Corte di Strasburgo e da quella del Lussemburgo sul terreno della tutela dei diritti.

In questo lento, ma corrosivo riposizionarsi delle istituzioni, in questa tracimazione dei poteri e nel travaso delle competenze, è evidente che la funzione inquirente (eretta al rango di distinto potere dello Stato dalla riforma Nordio) non potrà reggere al condizionamento delle pressioni politiche della maggioranza di turno e non potrà che rendersi braccio operativo delle sue opzioni sul piano della sicurezza. Quando, dopo l’ultima vile aggressione di un poliziotto, i vertici governativi parlano di un “attacco allo Stato” e dicono di attendere che la “magistratura faccia il proprio dovere”, c’è qualcosa di più profondo e di meno transitorio di uno slogan da campagna elettorale. V’è tra le righe una visione politica che trasuda da quelle parole e che la scomposizione dell’architettura costituzionale rende persino legittima. Se la classe dirigente di un paese ritiene di non poter più attendere le libere scelte della magistratura, le pastoie di una macchina giudiziaria resa sempre meno efficiente, la prudenza della decisione e sente sul collo il fiato di un’opinione pubblica che, invero, ha essa stessa sempre più suggestionato ed esasperato con i propri mezzi di comunicazione e con martellanti allarmismi, allora è chiaro che il passaggio verso il controllo politico del pubblico ministero (e con esso della giurisdizione penale che vive di ciò che l’accusa porta al suo vaglio) deve stare nell’orizzonte delle cose future. La percezione che il governo del paese debba passare dalla cruna della giustizia sospinge a opzioni oggi neppure immaginate dai riformatori.

Il tutto c’entra persino poco con questa o quella maggioranza politica, ma è trasversalmente sorretto dalle pulsioni più sotterranee delle classi dirigenti più strutturate che in fondo tifano per l’incipiente, repentino collasso delle mura repubblicane del 1947. Come la frana delle tante Niscemi d’Italia, di colpo cade il velo pietoso e pacioso delle antiche forme democratiche e compare la fragilità dell’esistente che invoca nuove radici e nuove certezze.

Ecco, forse, il terreno su cui i padri nobili della riforma, gli esponenti più autorevoli e rispettati del fronte del “si” possono trovare inciampi e insidie. Perché non può separarsi l’assetto della magistratura inquirente in Costituzione, dalla più profonda deriva delle istituzioni democratiche del paese che si spostano, come i continenti, dal loro alveo primigenio per giungere ad approdi forse neppure immaginati. Se la democrazia assume toni sempre più mediatico-populistici e la politica vive delle pressioni istantanee della piazza comunicativa si impongono in controspinta scelte radicali. Por mano alla giurisdizione sul versante costituzionale, separando (non le funzioni, ma) potere inquirente e potere giudicante (copyright by Ferdinando Adornato), vuol dire mettere in moto un processo molto più ampio di riassetto della Repubblica che deve essere chiaro a tutti, anche ai tanti in buona fede, non si può stabilire a quale esito finale possa giungere nei prossimi anni.

L’oclocrazia sceglie sempre Barabba alla fine.