Dialogare con Luciano Violante è sempre un piacere, prima ancora che un onore. Perché in lui convivono tre ruoli importanti, quello del magistrato e del politico, insieme a quello dell’ex presidente della Camera, il nostro preferito. In un’altra sua veste, quella di uomo di buone letture e di reminiscenze culturali, sul Corriere del primo febbraio, si è riferito al filosofo-giurista inglese Francis Bacon, vissuto alla corte inglese a cavallo tra il secolo cinquecento e il successivo, per dare dei sempliciotti ai sostenitori del Sì al referendum. Il tono è sferzante, e ricorda il Violante magistrato, mentre si rivolge a “Autorevoli giuristi, versati in materia diversa dal diritto e dal processo penale”, per ricordare loro che mancano proprio le basi, quando si sostiene che la separazione delle carriere è la logica conseguenza del processo di tipo accusatorio.
Un primo moto di gratitudine lo dobbiamo comunque al presidente Violante, dal momento che ci ha risparmiato le desolanti banalità di quegli esponenti dei partiti di minoranza che, forse per spirito di vendetta per quel No che costrinse Matteo Renzi alle dimissioni, pensano di andare il 22 marzo ad affondare Giorgia Meloni. Ma anche perché ci propone argomenti distinti e distanti da quelli del sindacato delle toghe. Niente “la voleva Licio Gelli”. Niente pm sottoposto all’esecutivo, oppure, come abbiamo visto nei tabelloni delle stazioni, addirittura “i giudici” sotto il tallone della politica. Nessuna irrisione al sorteggio dei membri dei due Csm, quello dei giudici e quello dei magistrati requirenti, con battute del tipo “allora sorteggiamo anche i parlamentari”, come se essere eletti o vincere un concorso fosse proprio la stessa cosa. E neanche la polemica sulla pretesa disparità di selezione tra membri togati, che sono circa 9.000 e i “laici”, cioè avvocati e docenti universitari, che sono più di 150.000. Nulla di tutto ciò, né la peggiore menzogna, quella sui processi di mafia che non potrebbero più essere celebrati.
Però non è neppure bello che, con l’espediente degli “idola tribus” di Bacone, vengano considerati uomini dalla mentalità semplice, che non sanno cogliere la complessità dei fenomeni, tutti gli insigni giuristi che si sono pronunciati a favore della riforma approvata dal parlamento. Quelli che voteranno Sì. I quali confonderebbero il sistema accusatorio, quello in cui si portano le prove in aula, con il metodo inquisitorio, quello con l’indagine segreta del giudice istruttore. La differenza consiste nell’obbligatorietà dell’azione penale, propria dei sistemi inquisitori, dice. Il che è vero, ma altrettanto vero, aggiungiamo, è che il codice Vassalli fu definito dallo stesso legislatore come “tendenzialmente” accusatorio, proprio perché avrebbe dovuto esser completato con la riforma di oggi. Inoltre, se vogliamo mettervi un altro carico da novanta, dal 1989 in avanti, un’accanita giurisprudenza della Corte Costituzionale come della Cassazione contribuì a introdurre elementi inquisitori, che dimostrarono la grande avversità nei confronti della riforma da parte di tanti magistrati. Molta legislazione dell’emergenza e l’introduzione di doppi binari nelle norme “antimafia” fecero il resto, addirittura consentendo ai “pentiti” di non testimoniare in aula quanto già denunciato al pm nella fase delle indagini preliminari.
Sì, è vero, il nostro sistema processuale penale è tuttora solo “tendenzialmente” accusatorio, tanto che Luciano Violante dice esplicitamente che se lo fosse del tutto gli piacerebbe di più. Ma lui stesso non può dimenticare di esser stato il Presidente della Camera dei deputati che nel 1999 introdusse il giusto processo in Costituzione, con una modifica dell’articolo 111 che fu votato quasi all’unanimità. Giusto processo, che si svolge nel contraddittorio tra le parti in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Talmente chiaro che non occorre essere “insigni giuristi”, per quanto poco votati alla comprensione, per doverne trarre le naturali conseguenze. Perché il “terzo” non può essere fratello o complice del primo, piuttosto che del secondo.
Anche l’onorevole Violante, come già un procuratore a lui diverso per storia e cultura, Nicola Gratteri, cita l’esempio del processo anglosassone, in particolare il sistema degli Stati Uniti, come quello tipico di carriere separate. Ma sappiamo benissimo che la riforma approvata dal nostro Parlamento è completamente diversa e ispirata piuttosto alla cultura del civil law e al modello portoghese. Sarebbe preferibile che, a completamento della riforma, si arrivasse all’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale? Non è oggetto di quesito referendario e non sarebbe indispensabile per la realizzazione del giusto processo, come definito dalla nostra Costituzione. Così come il fatto che il pubblico ministero debba rispondere del suo operato in sede politica. Quel che è certo è il fatto che le carriere tra giudici e soggetti requirenti sono separate in tutto il mondo occidentale democratico, e unificate in quella parte del mondo che meno rispetta lo Stato di diritto e le libertà dei cittadini.
Un’ultima osservazione. Un ex collega di toga e di partito di Luciano Violante, Gianrico Carofiglio, ha qualificato, con uno sberleffo, come “non di sinistra” personaggi come Augusto Barbera, Stefano Ceccanti o Paola Concia, perché votano Sì al referendum. L’ex presidente della Camera usa lo stesso tono irridente nei confronti di coloro che ricordano nel programma del Pd la separazione delle carriere come se la cosa avesse riguardato “qualche bisavolo” degli esponenti di oggi. Bene, quel bisavolo si chiamava Maurizio Martina e quel programma, votato anche da Debora Serracchiani, attuale responsabile giustizia del partito, risale al 2019. Non ai tempi di Bacone.