Dopo i fatti di Torino
Le scene di violenza che hanno accompagnato la manifestazione di Torino del 31 gennaio 2026 non colpiscono più per la loro eccezionalità ma per la loro ripetitività. Vetri infranti, fumogeni, cariche, slogan gridati più per coprire che per comunicare. È una grammatica ormai nota, che si ripresenta con variazioni minime, come se il tempo si fosse fermato. E proprio qui emerge il primo nodo filosofico: la violenza che si ripete è una violenza che non produce più senso.
La modernità politica nasce con la promessa di trasformare il conflitto in parola. Dove prima c’era la forza, subentra il discorso; dove c’era l’imposizione, il confronto. Quando la protesta rinuncia a questo passaggio, non regredisce soltanto sul piano civile ma abdica alla propria funzione storica. Per Hannah Arendt, la distinzione tra potere e violenza è fondamentale. Il potere esiste solo finché è condiviso, finché nasce da un consenso, anche conflittuale. La violenza, invece, è sempre strumentale e solitaria. Può distruggere ma non fondare. Applicata alle manifestazioni violente, questa idea chiarisce un equivoco persistente: chi devasta una città non sta esercitando potere, sta mostrando la sua assenza.
Ma c’è di più. In queste forme di protesta radicalizzata si intravede una crisi del riconoscimento. Il conflitto non serve più a ottenere diritti o riforme ma a confermare un’identità. È il meccanismo descritto da Georg Wilhelm Friedrich Hegel: la coscienza che cerca sé stessa solo nello scontro finisce per dipendere dal nemico che combatte. Senza polizia, senza Stato, senza “sistema”, la narrazione antagonista perde consistenza. È per questo che la violenza diventa rituale. Non apre possibilità, le chiude. Non mira a un risultato ma alla ripetizione del gesto. La protesta smette di essere progetto e diventa rappresentazione.
Su questo punto si innesta una riflessione più scomoda, formulata da Walter Benjamin. Nel suo celebre saggio " Per una critica della violenza", Benjamin distingue tra violenza che fonda il diritto e violenza che lo conserva. Ma avverte anche di un rischio: quando la violenza perde qualsiasi orizzonte di trasformazione reale si riduce a pura manifestazione di forza, svuotata di giustificazione etica. È una violenza che non fonda nulla e non conserva nulla. Esattamente ciò che vediamo quando le città diventano teatro di devastazioni senza esito.
C’è poi il tema della responsabilità, spesso eluso nel dibattito pubblico. Una parte della cultura politica tende a spiegare la violenza come prodotto automatico dell’ingiustizia sociale. Spiegare, però, non significa assolvere. Max Weber ricordava che l’etica della convinzione, se non temperata dall’etica della responsabilità, produce disastri. Agire “per principio”, ignorando le conseguenze concrete, non è moralmente superiore. È solo più comodo. Chi incendia una strada nel nome di una causa dovrebbe misurarsi con ciò che lascia dietro di sé: paura, danni, chiusura, perdita di consenso. Una politica che non si assume la responsabilità dei propri effetti non è radicale, è immatura.
Un altro contributo decisivo viene da Michel Foucault. Il potere, diceva, non è solo repressione ma una rete diffusa di relazioni. Combatterlo come se fosse un blocco monolitico da abbattere significa fraintenderne la natura. La violenza spettacolare diventa allora un gesto simbolico, seppure inefficace, perché colpisce il bersaglio sbagliato. Si sfoga contro la superficie del potere, lasciandone intatte le strutture profonde. Infine, c’è una riflessione non meno attuale, quella di Simone Weil. La forza, scriveva, trasforma chi la subisce in cosa ma finisce per trasformare in cosa anche chi la esercita. È una disumanizzazione reciproca, che corrode ogni pretesa di giustizia. Nella violenza politica, l’altro smette di essere interlocutore e diventa ostacolo. Da lì in poi, tutto è permesso.
Come uscire, allora, da questo vicolo cieco? Le soluzioni non possono essere semplici né univoche. Ma alcune direzioni sono chiare. Se la violenza nelle manifestazioni non è un incidente ma un sintomo ricorrente, allora le risposte episodiche sono destinate a fallire. Arginarla significa intervenire sulle condizioni che la rendono possibile, desiderabile e riproducibile. Questo richiede tempo, coerenza e soprattutto una visione che non si limiti all’emergenza.
La prima direttrice è istituzionale e giuridica. Uno Stato che tollera ambiguità nel rapporto tra protesta e violenza finisce per indebolire entrambe. È necessario ribadire con chiarezza che il diritto di manifestare non include il diritto di distruggere. Le sanzioni devono essere certe, rapide e proporzionate, evitando sia l’impunità sia la repressione indiscriminata. Non per punire un’idea ma per fermare un comportamento. La credibilità delle istituzioni si misura anche nella loro capacità di essere prevedibili.
Accanto a questo, serve una separazione politica netta. Troppo spesso, per calcolo o timore, una parte della rappresentanza pubblica evita di prendere le distanze dalle frange violente, temendo di “perdere il contatto” con il disagio sociale. È un errore. La violenza non rappresenta il disagio, lo sequestra. Isolarla non significa tradire le cause sociali ma restituirle alla discussione pubblica.
La seconda direttrice è culturale ed educativa, la più decisiva nel lungo periodo. Viviamo in un contesto che ha progressivamente impoverito il linguaggio del conflitto. O si è d’accordo o si è nemici. In questo vuoto, la violenza diventa una scorciatoia espressiva. Reintrodurre un a grammatica del dissenso è un compito educativo, che riguarda la scuola, l’università, ma anche i luoghi informali di socializzazione politica. Qui il pensiero di Jürgen Habermas resta centrale. Senza uno spazio pubblico regolato dal confronto argomentativo, il conflitto degenera in imposizione. Educare al dibattito non significa neutralizzare il dissenso, ma renderlo sostenibile. Significa insegnare che radicalità non è alzare il livello dello scontro, ma della complessità.
Un terzo livello riguarda il ruolo dell’informazione. La copertura mediatica delle manifestazioni violente oscilla spesso tra due estremi: la criminalizzazione totale o la fascinazione estetica. Entrambe sono dannose. La prima rafforza la retorica vittimistica, la seconda trasforma la violenza in performance. Raccontare con rigore, dare contesto senza indulgenza, distinguere responsabilità individuali e dinamiche collettive è una forma di prevenzione culturale.
C’è poi un piano sociale e urbano, troppo spesso sottovalutato. Molti centri sociali nascono in spazi abbandonati, in quartieri lasciati senza servizi, in zone dove lo Stato è percepito come distante. Non tutti questi luoghi producono violenza, ma quando lo fanno è anche perché diventano monopoli del senso per chi li frequenta. L’alternativa non è chiuderli tutti o lasciarli a sé stessi, ma pluralizzare l’offerta di partecipazione: spazi civici, culturali, associativi che non siano identificabili con una sola ideologia. Governare il territorio è anche questo: impedire che il disagio abbia un solo interprete possibile.
Un quinto elemento, spesso ignorato, riguarda la responsabilità dei movimenti stessi. Se una protesta accetta al proprio interno pratiche violente senza espellerle o condannarle, ne diventa corresponsabile. Qui torna utile la distinzione proposta da Max Weber: l’etica delle convinzioni deve fare i conti con l’etica delle conseguenze. Non basta proclamare la giustezza di una causa se i mezzi la rendono socialmente tossica.
Infine, serve una riflessione più ampia sulla giustizia e l’inclusione, che non si esaurisca nella gestione dell’ordine pubblico. Secondo John Rawls, una società è stabile quando le sue istituzioni sono percepite come eque anche da chi perde. Quando questa percezione crolla, il conflitto si radicalizza. Ridurre le disuguaglianze, rendere accessibili i canali di partecipazione, ricostruire fiducia non elimina il conflitto, ma ne abbassa la temperatura distruttiva.
Tutto questo richiede una scelta di fondo: smettere di considerare la violenza come un problema marginale o folkloristico e riconoscerla per ciò che è. Non un eccesso di politica, ma la sua assenza. Torino, come molte città italiane ed europee, è davanti a un bivio. Può continuare a gestire l’emergenza, rincorrendo eventi già scritti. Oppure può investire in una politica del conflitto che non abbia paura di dire dei no chiari ma nemmeno di costruire alternative credibili. La violenza prospera dove il pensiero arretra. Arginarla significa, prima di tutto, tornare a pensare il conflitto come una responsabilità comune, non più come uno sfogo da tollerare.