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Il commento

Voto Sì, ma servono regole d’ingaggio per un confronto leale non una guerra di slogan

Guido Camera: Bisogna evitare che il voto resti un clima avvelenato e logorante per le istituzioni

30 Gennaio 2026, 10:50

Voto Sì, ma servono regole d’ingaggio per un confronto leale non una guerra di slogan

Guido Camera

La mia decisione di votare Sì al referendum sulla giustizia, e di impegnarmi nella campagna elettorale, nasce da una riflessione sull’equilibrio complessivo del sistema, non da una logica di appartenenza. Sono convinto che la riforma possa rafforzare l’indipendenza della magistratura - soprattutto “interna” - incidere sulle degenerazioni del correntismo, valorizzare merito e responsabilità e, attraverso l’istituzione di un’Alta Corte, offrire una risposta più credibile anche al dramma degli errori giudiziari. La separazione delle carriere, infine, è indispensabile per la concreta attuazione dei principi del giusto processo.

Ma non è questo il punto centrale delle mie riflessioni. Il tema è un altro ed è urgente: darsi, da qui al 22 e 23 marzo, delle regole di ingaggio condivise sul modo in cui si sta svolgendo il dibattito pubblico in vista del referendum. Perché si è già ampiamente ecceduto e mancano ancora due mesi al voto. Il confronto sul merito sta progressivamente lasciando spazio a una comunicazione semplificata, ansiosa, aggressiva, costruita per catturare consenso più che per spiegare contenuti. Una comunicazione fagocitante che mira a spostare il cittadino “dalla propria parte”, anche a costo di deformare i termini reali della discussione. Purtroppo, anche da parte di chi avrebbe gli strumenti culturali per confrontarsi con il merito della riforma, ma preferisce puntare sulla facile propaganda e i luoghi comuni.

È un errore grave. E non solo sul piano del metodo.

I pericoli più gravi sono altri. Da un lato, che l’esito del referendum sia determinato non da una scelta consapevole, ma dalla saturazione emotiva del dibattito. Dall’altro, che dopo il 23 marzo restino solo macerie: un clima avvelenato, rapporti istituzionali logorati, una frattura difficile da ricomporre. È uno scenario che non possiamo permetterci, le cui conseguenze ricadranno sui cittadini e i loro diritti.

Qualunque sia il risultato, il giorno dopo il referendum non segnerà una fine. Se vincerà il Sì, si aprirà una fase complessa di attuazione legislativa e di ricostruzione degli equilibri, che richiederà competenza, responsabilità e dialogo. Se vincerà il No, i problemi che hanno portato a questo referendum resteranno sul tavolo: problemi strutturali, noti da anni, che affondano in una storia lunga e che, al di là delle contrapposizioni attuali, sono stati a lungo riconosciuti anche da chi oggi si schiera contro la riforma per ragioni evidentemente politiche. In entrambi i casi, distruggere oggi il confronto significa compromettere il lavoro di domani.

Per questo è necessario fermarsi un momento e fissare delle regole. Regole di ingaggio che non hanno nulla a che vedere con l’idea di una battaglia addomesticata. Le battaglie dure fanno parte della democrazia, come fanno parte dei processi. Ma le battaglie sono serie se si combattono sul terreno del merito, con argomentazioni, con capacità dialettica, con il confronto sui contenuti. Non con la delegittimazione personale. Non con scorciatoie giudiziarie. Non con l’uso strumentale dell’autorevolezza o del prestigio individuale per spostare indebitamente consenso.

Anche nei match più rudi, negli incontri sportivi dove la posta è massima, certe regole non devono saltare. Al contrario: sono ciò che rende legittima la competizione e la vittoria. Lo stesso deve valere per la campagna referendaria. Si possono e si devono contrastare le argomentazioni altrui, anche con passione. Ma restando sul piano delle idee. Andando tra le persone, parlando ai cittadini, spiegando i contenuti, accettando il confronto serio. Abbandonando la propaganda e non sfruttando indebitamente le posizioni di forza. Le bugie non sono accettabili, nemmeno quando sono efficaci. Gli esempi (soprattutto i più recenti) sono noti e sotto gli occhi di tutti: non serve elencarli.

Come avvocati, come magistrati, come persone impegnate nella difesa dello Stato di diritto, abbiamo una responsabilità ulteriore. Non solo nei nostri rapporti interni, ma soprattutto quando parliamo all’esterno. Il modo in cui discutiamo oggi di giustizia incide direttamente sulla fiducia che i cittadini avranno domani nelle istituzioni.

Io continuerò a impegnarmi al meglio delle mie forze per sostenere il Sì e le ragioni che lo accompagnano. Ma continuerò anche a rispettare chi voterà No, purché lo faccia con onestà intellettuale e con argomentazioni serie, accettando queste regole di ingaggio. Perché il referendum passerà. La giustizia, lo Stato di diritto e la qualità del nostro confronto civile, invece, restano.