Mercoledì 04 Febbraio 2026

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L'intervento

Il giusto processo tradito e la riforma necessaria

La separazione delle carriere è essenziale per poter garantire contradditorio e terzietà

30 Gennaio 2026, 10:42

Il giusto processo tradito e la riforma necessaria

Giuseppe Gargani

Caro direttore,

collaboro al tuo giornale da vari anni con articoli politici e di giustizia ma questa volta mi rivolgo a te per darti atto con molto piacere che le interviste quotidiane sul referendum del prossimo marzo sono le uniche capaci di orientare gli elettori con approfondimenti ai quali ho partecipato anche io varie volte.

Come sai faccio parte di un “Comitato Popolari Per il Sì” per ricordare la tradizione cattolica sturziana e popolare che riteneva importante una giusta distinzione delle funzioni e dei ruoli, in qualche modo alternativi tra il pubblico ministero e il giudice.

Per rendere credibile fino in fondo le nostre ragioni, voglio provare a mettermi al di sopra delle parti e al tempo stesso comprendere, se possibile, anche le ragioni del no.

Nel 1989 ero nella Commissione Giustizia della Camera dei Deputati insieme al ministro Giuliano Vassalli e ho dato un contributo al Comitato presieduto da Gian Domenico Pisapia che ha preparato il codice di procedura penale.

La grande maggioranza dei giuristi italiani e il Parlamento nel suo complesso volevano entusiasticamente il nuovo codice.

Sono d’accordo con Bruti Liberati che il sistema inquisitorio non era di marca “fascista”, ma era un sistema superato, certamente accentratore che dava addirittura al pm una funzione pubblica nell’interesse della comunità e la facoltà di ricercare la prova confondendo le sue funzioni con quelle del giudice istruttore. Era un codice superato perché si sentiva l’esigenza di esaltare il “contraddittorio” tra le “parti” e la ricerca delle prove in dibattimento in maniera trasparente, alla luce del sole. Sia Pisapia che Vassalli hanno ripetuto tante volte nelle aule parlamentari che il nuovo codice avrebbe reso indispensabile per ben funzionare la distinzione dei ruoli.

La cultura del nuovo processo ha tardato e forse tarda a venire e anche la Corte Costituzionale negli anni ‘90 ha contribuito ad annullare tante norme rendendolo ibrido, in qualche modo né inquisitorio né accusatorio e i magistrati si sono adeguati.

Tutti gli operatori del diritto si lamentano che l’attuale processo non è trasparente che non è un processo “vero” ed è questo il punto vero e principale che deve interessare tutti i cittadini per ricordare le parole del grande Carnelutti che diceva che la civiltà di un popolo si misura dal suo processo penale perché incide sul sistema della libertà.

Si è andati avanti per tanti anni, senza operare la riforma perché “spuntò” il “giustizialismo” negli anni ’90, dice in una intervista Augusto Barbera. Il giustizialismo forse è una caratteristica costante del popolo italiano, ma nel periodo che va sotto il nome di “Tangentopoli” ha avuto punte molto emotive e patologiche sollecitate dalle indagini giudiziarie. L’argomento è molto interessante e forse mette in luce una serie di questioni molto significative per le tesi che sosteniamo.

È passato molto tempo da quel “fenomeno”, che certamente non è nato come un fungo ma su sollecitazione dei giustizialisti di sinistra e in particolare del Partito Comunista Italiano che ha influito sull'intero sistema istituzionale, disattendendo le regole fondamentali della stessa giurisdizione a partire dal valore ineliminabile della prova trascurata dai pubblici ministeri.

Quei processi si sono da tempo conclusi non con una serie di condanne, come si poteva con superficialità prevedere, ma con un numero enorme di assoluzioni che hanno costituito un vero e proprio fenomeno politico e giudiziario.

La verità è che non si è ancora colto il segno straordinario di quelle decisioni dei giudici che hanno dimostrato in concreto la contraddittorietà delle iniziative intraprese dai pubblici ministeri e la vistosa patologia del processo penale. Patologia che non può essere né coperta né giustificata dalla differenza di valutazione dialettica, tradizionale tra pubblico ministero e giudice, ma che è stata palesemente prodotta da una alterazione e da una deviazione dell'esercizio dell'azione penale.

Un fenomeno così radicale e profondo, l'emergere di una così vitale capacità dei giudici di esercitare la giurisdizione, cambiò, il quadro di riferimento abituale della «questione giustizia» nel nostro Paese: nell'arco di pochi anni la spinta propulsiva, il protagonismo assoluto di alcune procure, si è dispiegato in pieno, ha sconvolto il quadro politico e istituzionale, ma, nel momento stesso in cui ha segnato il suo apparente trionfo, si è ripiegato su se stesso, e ha irrimediabilmente perso.

Borrelli e Caselli accusarono la sconfitta, e abbandonarono le rispettive procure

Si sperava che fosse tramontata l'era in cui il pm era accusatore e insieme, giudice, per cui l'avvio dell'azione penale coincideva con la sua conclusione, con la condanna dell'imputato, con la fine inappellabile del suo onore civile e politico: un meccanismo mostruoso che ha prodotto, non a caso, tanti suicidi durante la fase tragica di Mani Pulite.

Da questa considerazione è necessario partire per renderci conto del significato e del valore del processo che deve avere una sua formalità e una sua certezza, che parta dalla notizia del reato, e non da una inchiesta che il Pm mette in piedi per ricercare a tutti i costi.

Queste complesse considerazioni ci consentono di dire che il protagonismo eccessivo dei pubblici ministeri determina una alterazione grave dell’azione penale corretta dai giudici nel processo perché privo di prove. È appena il caso di dire che in quel periodo, e non solo alla Procura di Milano, il finanziamento irregolare e illecito ai partiti era considerato reato di corruzione e si è andati avanti, appunto, senza prove fino ai processi!!

Credo di poter affermare che con la separazione dei ruoli, delle funzioni, dei mestieri tutto questo non poteva succedere e in ogni caso quella azione giudiziaria anomala non sarebbe stata credibile perché di “parte” e non prodotto da un pm confuso costantemente come “giudice” soprattutto della stampa.

L’inerzia del legislatore però finì con l’approvazione di una norma costituzionale che afferma il principio del “giusto processo” e l’art.111 della Costituzione ha segnato un momento importante come intervento riformatore. Tutte le forze rappresentate in Parlamento convennero che un processo penale degno di questo nome è giusto se pone al centro l'escussione della prova, accompagnata da un serio contraddittorio dibattimentale, tra le parti rispetto ad un giudice terzo e imparziale.

Non può sfuggire a Bruti Liberati che il contraddittorio in sé e per sé non è indicativo di un confronto tra tesi diverse se le “parti” non sono diverse per le finalità diverse che debbono raggiungere.

Diciamo una volta per sempre che a Milano il giudice di riferimento costantemente e contro le regole, era Ghitti e si dice (spero sempre che non sia vero) che firmava in bianco i provvedimenti dei pm. Questo spiega ogni cosa!!

Dunque, i pm con i riferimenti politici noti, con la dichiarazione solenne di Massimo D’Alema operarono una “rivoluzione giudiziaria politica” rinunciando alla loro indipendenza perché l’autonomia e la separatezza costituzionale ebbero il sopravvento sull’indipendenza.

Quindi la riforma attua la Costituzione e il referendum completa l’iter legislativo.

Come si fa dunque a non essere d’accordo?

L’associazione dei magistrati teme che sia intaccata l’”indipendenza” nonostante l’attuale art. 104 della Costituzione lo stabilisca solennemente. Niente di più sbagliato ma ai magistrati bisogna riconoscere una attenuante perché il contrasto attuale tra la politica e la magistratura ha consentito al Presidente del Consiglio di fare qualche dichiarazione non meditata, pronunziata ab irato, per contestare non le sentenze o i provvedimenti giurisdizionali ma la giurisdizione come tale, cosi come la protesta nei confronti delle decisioni del tribunale svizzero a seguito dal tragico avvenimento del 1 gennaio u.s. ignorando la sacrosanta divisione dei poteri. Quello dell’Associazione è un argomento polemico, di processo alle intenzioni che non può portare a conseguenze perché il governo non può non tener conto dei pesi e contrappesi che rendono forte la nostra democrazia. Ma se pure ci fosse una volontà negativa “l’indipendenza” potrebbe essere oscurata a prescindere dalla riforma?!

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Non è il caso di spendere parole per l’Alta Corte, perché ho già detto diffusamente in altri articoli. Il Csm attualmente esercita la funzione disciplinare nei confronti dei magistrati ma ormai la giurisprudenza domestica in tutte le istituzioni è superata e non accettata dalla coscienza civile.

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Resta il terzo quesito che si riferisce al “sorteggio” dei magistrati per l’ingresso nel Consiglio Superiore.

È stato detto che il sorteggio è “contro la ragione” e in verità è così. Un organo costituzionale che rappresenta i magistrati non può essere sorteggiato perché viene meno un rapporto trasparente; la rappresentanza che certo non è politica, sarà di garanzia, come dice Barbera, sarà di autogoverno o comunque sia, non può essere garantita da un mero sorteggio per un organo costituzionale! D’altra parte la rappresentanza non è solo politica

E uno sgorbio istituzionale che snatura il Csm del suo ruolo e del suo significato istituzionale

Nadia Urbinati lo spiega in maniera mirabile in un articolo sul Domani che tutti dovrebbero leggere: “Non si automatizza il giudizio” “Il sorteggio dissocia i sorteggiati che per questo diventano “dissociati” e quindi non “collegiali”.

In un organo collegiale, le soluzioni si trovano con un confronto che porta a una soluzione di compromesso che se di alto livello è positivo, se di basso livello è meschino e pericoloso. Il Csm non è un organo amministrativo ma di rilevanza costituzionale, né personalmente credo che “garantisca “l’indipendenza. Dobbiamo ammettere che nel corso degli anni per la inevitabile evoluzione degli istinti, che i costituzionalisti interpretano come costituzione non scritta, il Csm ha assunto un ruolo un po’ diverso, non solo quello di seguire la carriera dei magistrati per evitare interferenze esterne, ma dà pareri sulle leggi, interviene a difesa dei magistrati, interviene formalmente su questioni che riguardano l’attuazione della Costituzione e il ruolo del magistrato.

Devo dire inoltre che non so come si possa pensare che il “sorteggio” risolva il problema delle “correnti” e del correntismo della magistratura che sarà ancora più agguerrito e meno ideologico!! Questo più di tutti lo sa il ministro Nordio perché ex magistrato.

Diciamo infine che una norma costituzionale non può intervenire per risolvere un problema minore che invece si risolve con la responsabilità dei singoli e con la cultura a cui essi si ispirano.

Una nota politica in conclusione: se i gruppi di opposizione e di minoranza in Parlamento avessero messo in difficoltà la maggioranza accettando la “divisione” che, con termine un po’ prosaico viene chiamato “delle carriere”, rinunziando al sorteggio dei bei tempi antichi forse qualche risultato si sarebbe ottenuto?!

Le valutazioni oggettive e serene sono queste, ma i quesiti sono sostanzialmente tre e il voto da dare è unico: dunque la prevalenza assoluta dei primi due ci consente di votare “si” per rendere più “vero” il processo.