Il commento
L’Intelligenza Artificiale è una fra le poche invenzioni dell’uomo che lui stesso ha difficoltà a comprendere, sebbene la letteratura e la fantascienza abbiano anticipatamente posto l’attenzione su di essa in modo problematico.
Da molti anni ci hanno prospettato la possibilità di avere macchine in mezzo a noi in grado di agire, quindi pensare, come un essere umano. Per non dimenticare il passato possiamo storicamente ricordare che le prime osservazioni sulla IA furono discusse in occasione della Conferenza di Dortmouth del 1956. L’evento venne proposto da John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon, in un documento informale noto come “Proposta di Dartmouth”. Il documento introduce per la prima volta il termine di intelligenza artificiale, e motiva la necessità della Conferenza con la seguente premessa: «Lo studio procederà sulla base della congettura per cui, in linea di principio, ogni aspetto dell’apprendimento o una qualsiasi altra caratteristica dell’intelligenza possano essere descritte così precisamente da poter costruire una macchina che le simuli». Era dunque il primo programma esplicitamente progettato per imitare le capacità di problem solving degli esseri umani. E Lee Marvin alla domanda: “I robot erediteranno la terra?”, rispose, anticipando di molto il futuro: «Sì ma quei robot saranno i nostri figli!».
Poi, per decenni tutto tacque.
Siamo alla fine del ‘900 quando l’Europa prende sempre più coscienza dell’importanza dei possibili problemi etici, giuridici, economici emergenti con la diffusione della IA. Nascono molteplici documenti e regolamenti umani. Tuttavia, è difficile trovare una definizione omogenea e pienamente esaustiva dell’intelligenza artificiale. Possiamo avvalerci di quella data dal più recente Regolamento europeo 2024/1689 (AI Act): “Un sistema automatizzato progettato per funzionare con livelli di autonomia variabili e che può presentare adattabilità dopo la diffusione e che, per obiettivi espliciti o impliciti, deduce dall’input che riceve come generare output quali previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali”.
Bisogna allora rendersi conto che l’IA costituisce oggi un elemento di trasformazione nei rapporti professionali che incide sulla responsabilità dei soggetti che la progettano, la impiegano o ne subiscono gli effetti. Dalla sanità alla mobilità, dalla giustizia alla pubblica amministrazione, l’adozione di sistemi autonomi e generativi impone un ripensamento delle tradizionali categorie del diritto civile e penale. Ma “ripensare” significa “comprendere” un sistema automatizzato che diventa più grande, più complesso ogni secondo che passa.
L’IA diventa una fonte di bene inesauribile, ma anche di male potenzialmente preoccupante. Stiamo iniziando solo ora a vedere il suo impatto nel mondo reale, il suo impiego in un’ampia gamma di settori dell’economia e in molte parti della società, anche a livello transfrontaliero. Alcuni Stati membri hanno già preso in esame l’adozione di regole nazionali per garantire che l’IA sia affidabile e sicura e sia sviluppata e utilizzata nel rispetto degli obblighi in materia di diritti fondamentali. Tuttavia, normative nazionali divergenti possono determinare una frammentazione del mercato interno e diminuire la certezza per gli operatori che sviluppano e utilizzano sistemi di IA. È questa la ragione per cui nell’arco degli ultimi decenni si è cercato di trovare una regolamentazione il più possibile omogenea della IA nei vari paesi europei, stabilendo obblighi uniformi per gli operatori e garantendo la tutela dei principi imperativi di interesse pubblico.
D’altronde a ogni livello della società connettersi sarà sempre più economico e facile in maniera sostanziale. Saremo più efficienti, più produttivi e più creativi. Nei paesi in via di sviluppo, gli hotspot pubblici e le reti domestiche ad alta velocità si rafforzeranno a vicenda allargando l’esperienza online a luoghi dove attualmente le popolazioni non dispongono nemmeno della linea telefonica fissa. Così arriverà un giorno in cui le tecnologie davanti alle quali oggi restiamo stupefatti verranno vendute al mercatino delle pulci, come fossero pezzi d’epoca. La grande maggioranza di noi si troverà sempre più spesso in condizione di vivere, lavorare ed essere governata in un mondo non solo fisico, ma anche virtuale. Sperimenteremo un certo grado di connettività, rapida e associabile a una vasta gamma di dispositivi.
Questi mondi si limiteranno a vicenda, a volte entreranno in conflitto, a volte renderanno più intensi, più rapidi, più riservati fenomeni dell’altro mondo, cosicché una diversità di grado diventerà una diversità di genere. Resta ancora la domanda: siamo consapevoli della IA o troppo presto siamo arrivati alla conclusione di averla capita?