Dunque c’è "un filo nero” che dalla strage di Bologna conduce dritti, dritti al “Sì” alle carriere separate. Distratti dalle gaffe di Nicola Gratteri su Falcone, questa chicca ce l’eravamo persa. L’ha pronunciata Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione familiari delle vittime della strage di Bologna.
Parole che svelano un grumo ideologico più che un ragionamento nel merito della riforma; un pregiudizio fondato su una lettura non solo dogmatica, ma addirittura stantia del nostro paese.
Il sillogismo, semplice come un temino di terza elementare, è il seguente: siccome la separazione delle carriere la voleva Gelli, e siccome Gelli era a capo di una loggia che “ha voluto” la strage di Bologna, allora chi vota Sì diventa quasi "complice" di chi, il 2 agosto 1980, ha massacrato ottanta innocenti. (sic!)
Naturalmente ognuno è libero di dire qualsiasi sciocchezza, ma quando si supera il livello di guardia - sempre di sciocchezze - sarebbe il caso di svestire, almeno per un momento, il ruolo che si ricopre. Perché usare il titolo di presidente dell’associazione del 2 agosto per infilare le vittime nel carnaio di una rissa referendaria è un pessimo modo di ricordarle.
Non le onora. Le consuma. Si gioca con il senso del pudore e col dolore. E questo non è accettabile.