L’avevo saputo in anteprima perché me lo aveva preannunciato un ex presidente dell’ANM. Era almeno un anno fa, quando si era capito che il testo della riforma costituzionale sarebbe passato in Parlamento. «D’ora in avanti noi faremo solo propaganda», mi disse.
Chiaro, semplice, diretto. Propaganda, con quel carico di verità relativa che il concetto esprime, ma anche con quel malcelato sentimento di susseguo intellettuale che comprende. Al popolo bue le cose complicate gliele devi spiegare in termini semplici, altrimenti si perde nelle astruse problematiche giuridiche, questo il succo. Talmente semplici da essere assai distanti dalla realtà: l’essenza del populismo.
Quello che parlava era un magistrato intellettuale e di sinistra che con quelle parole si dimostrava erede dell’antica tradizione di pedagogica alterigia verso le masse che ha da sempre contrapposto i giacobini ai riformisti. Ciò che fece dire a Nenni che per i secondi il partito era uno strumento per fare andare il popolo al potere mentre per i primi il popolo era il mezzo per fare andare al potere il partito.
Ma la bandiera populista dalle parti dell’ANM alla bisogna va bene a tutti. Ed infatti il concetto lo approfondì Gratteri, in cassazione, alla presentazione del comitato per il NO. Lì il neo-testimonial di quella ANM che nei decenni aveva sempre avversato, invitò i colleghi a mandare a ramengo i dibattiti con gli avvocati e professori: «Lasciate stare i confronti giuridici, parlate al popolo, disse, come faccio io».
Fu talmente netto che un’accademica invitata a quella kermesse, intervenuta poco dopo di lui, buttò lì una battuta tra l’ironico e l’imbarazzato sulla legittimità della sua stessa sua presenza. Sta di fatto che almeno all’inizio la performance di Gratteri, siccome del tutto organica alla strategia di propaganda dei vertici, gli meritò la temporanea ascesa al soglio quale testimonial maximo del comitato per il NO. "Se proprio dobbiamo sfruculiare il populismo chi meglio di lui?" devono aver pensato gli strateghi "intello" dell’ANM, ma durò giusto il tempo di vederlo scivolare su di una falsa dichiarazione di Falcone, poi il verbo populista cambiò interpreti. Meglio fare spazio alla società civile, e via allo spettacolo di attori, cantanti, sindacalisti e professori di qualunque materia pronti ad intonare la litania della svolta autoritaria, della legge per i potenti, della mordacchia al terzo potere; il tutto senza mai riuscire a spiegare il perché semplicemente perché non sanno di che parlano e si limitano a ripetere gli slogan.
Quasi tutti, fateci caso, premettendo che della materia capiscono ben poco ma nel verbo populista questo non conta, anzi è un valore aggiunto. Il che frutta capitomboli informativi rilevanti anche agli intellettuali veri, come quello del professor Barbero che ha recitato il mantra antifascista senza neppure sapere, da storico, che l’unitarietà della giurisdizione la magnificava proprio il fascismo.
Lo sapevo che il dibattito poteva andare in vacca ma non me lo aspettavo così. Anzi, a dirla tutta, non me lo aspettavo così dall’ANM e dal suo comitato. Pensavo che gli slogan sul fatto che la riforma sarà un regalo ai potenti, che garantirà l’immunità ai politici, che i giudici avranno la mordacchia, etc etc, li avrebbero impugnati Travaglio e Cinque Stelle, magari anche il pancione letargico del Pd che si fa dare la linea dal professor Montanari ma, siccome sono delle bugie enormi, non pensavo di vederli su di un manifesto scritto in nome e per conto della magistratura italiana. Pensavo che le semplificazioni inguardabili, come quella che la separazione delle carriere come tratto autoritario che si inserisce nel disegno volto a liquidare le democrazie in occidente, sarebbe rimasto nell’armamentario dei più sgangherati, ma non mi aspettavo che diventasse la bandiera della magistratura. Sulla riforma costituzionale nel mondo dei giuristi ci si confronta da decenni, nei convegni, sulle riviste, sui giornali. C’era, c’è, una storia dietro che stanno mandando al macero. Su questa questione si è discusso fin dall’entrata in vigore del codice Vassalli e per i trenta e passa anni successivi, si è discusso nel 2000, all’epoca del referendum radicale, e anche ai tempi della proposta Alfano, nel 2011; ma mai così. Nel corso degli anni a nessun magistrato dotato di un minimo di onestà intellettuale era venuto in mente di dare del criptofascista ad un sostenitore della separazione delle carriere.
Nessuno era stato così sgangherato da confondere giudici e pm o si era azzardato a dire che con la separazione i giudici sarebbero stati sottoposti al governo come fa il manifesto che hanno appeso nelle stazioni. E vale poco additare le enormità che spesso dicono anche gli avversari. Che la campagna referendaria fosse l’ultimo appello della stagione populista, infatti, si è capito subito anche sul versante opposto. Anche lì grandi appelli al popolo, in nome delle basse fortune di cui gode la magistratura da qualche anno nella pubblica opinione. Da quelle parti sono meno raffinati e vanno dritti al punto: approva la riforma e vedrai che i giudici non scarcereranno più i rapinatori e rimanderanno a casa gli immigrati in un amen. Anche qui nulla che abbia a che vedere con i contenuti della legge Nordio che loro stessi hanno votato. Anche qui volgarità e bugie, ma le ritrovi solo in bocca ad alcuni politici e a qualche gazzetta. I comitati per il sì dell’avvocatura, e quelli indipendenti, queste scorciatoie non le usano. Sono persino troppo cauti nell’additare le miserie che le pratiche correntizie avevano svelato nella vicenda Palamara, che sarebbe il caso di cominciare a definire senza patronimico, ché quelle cose si facevano prima e si sono continuate a fare dopo la presidenza di quel magistrato. No, inutile che ci facciano la morale riconvenzionale i magistrati della associazione e le Lilli Gruber di turno, rinfacciandoci le amenità di Delmastro e compagnia, perché il populismo di questi tempi è roba loro non dell’avvocatura, non degli accademici schierati con il sì. Sono loro che hanno avvelenato i pozzi con la disinformazione di massa.
Questo produrrà macerie nei tribunali nel futuro. Se ne sono accorti anche al consiglio dell’ANM, dove sono intervenuti alcuni magistrati coraggiosi che hanno portato il disagio di chi non si riconosce in quei toni, in quelle parole d’ordine, e soprattutto nell’ideologia populista che le ispira. E lo hanno detto pubblicamente, a microfoni aperti, così come fanno, ma purtroppo a mezza bocca, tanti altri magistrati nelle sedi giudiziarie. Sono riusciti a dirlo pubblicamente quei magistrati, in quel Comitato direttivo centrale dell’associazione dei magistrati che già dal nome sembra una vestigia partitica da Prima Repubblica, appena in tempo, chè poi, da bravo partito populista, quando si è parlato dei soldi per la campagna, l’ANM i microfoni li ha spenti e i giornalisti li ha fatti uscire dalla sala.