Giovedì 22 Gennaio 2026

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Trump si comporta come un pazzo. Ma c’è del metodo in quella follia...

Se l’estremismo, l’insulto, la minaccia, non fossero solo impulsi, ma strumenti deliberati per tramortire e destabilizzare i nemici politici e renderli impotenti?

20 Gennaio 2026, 19:22

21 Gennaio 2026, 08:43

Trump

Invadere la Groenlandia, rivendicare un Nobel per la Pace che nessuno gli ha dato, costruire monumenti in onore di se stesso, cambiare nome ai mari, insultare gli avversari politici, svelare messaggi privati di capi di Stato, lanciare minacce dirette a oppositori, giudici, giornalisti, negare pandemie, insultare gli alleati storici, propagare teorie complottiste, ignorare rapporti di intelligence, fare dossieraggi contro i direttori della Banca centrale, rapire presidenti stranieri.

La sequenza è notevole e sembra suggerire lo squilibrio profondo di un uomo del tutto fuori controllo, un narcisista patologico che esercita il potere come un’estensione ringhiante del proprio ego, un personaggio estremo con in mano strumenti economici e militari capaci di produrre danni irreversibili. Insomma un grottesco villain da fumetto che governa la prima potenza mondiale come se fosse il suo giocattolo. Quanti illustri editoriali, quante prestigiose analisi in questi ultimi 12 mesi hanno sottolineato la “pazzia” del presidente Usa?

All’inizio del suo primo mandato questa lettura arrivò persino a vestirsi di autorità scientifica: ventisette psichiatri ed esperti di salute mentale pubblicarono un libro dal titolo eloquente, The Dangerous Case of Donald Trump. Senza averlo mai valutato clinicamente gli autori ritenevano tuttavia loro dovere, “nell’interesse pubblico”, mettere in guardia la popolazione contro un miliardario descritto come imprevedibile e incontrollabile. La minaccia, scrivevano, era reale e, a nove anni di distanza, i fatti sembrano avergli dato ragione.

Donald Trump è senza dubbio un narcisista seriale, e i suoi comportamenti lo confermano, ma è consolatorio pensare che il motore della politica americana sia il disturbo psichico del suo capo, che dietro gli eccessi e le fughe in avanti non ci sia un disegno preciso. Donald Trump è sostenuto da una macchina propagandistica che nel tempo si è rivelata formidabile, capace di manipolare a fondo i sentimenti e l’opinione pubblica, disorientando gli avversari, creando mondi virtuali fatti migranti invasori e mangiagatti, di città apocalittiche in mano al crimine che si sovrappongono perfettamente alla realtà. E se anche il “Trump due la vendetta” fosse il prodotto di una pianificazione mediatica?

Se l’estremismo, l’insulto, la minaccia, la sparata non fossero solo impulsi, ma strumenti deliberati per tramortire e destabilizzare i nemici politici e renderli impotenti? Come diceva Polonio nell’Amleto, “c’è del metodo in questa follia”: Trump governa creando caos comunicativo, la sua violenta imprevedibilità non solo mette in un angolo l’opposizione interna, ma indebolisce anche gli interlocutori internazionali, in particolare le democrazie europee, fortificando la centralità degli Stati Uniti. Trattare con qualcuno che sembra non rispettare regole, consuetudini, linguaggi diplomatici, qualcuno che agisce al di fuori di qualsiasi protocollo, significa muoversi in un campo minato. Ma soprattutto, le sue “sparate” producono successi misurabili e funzionali alla logica dell’America first, altro che scheggia impazzita o leader fuori controllo.

Fin qui, la strategia ha funzionato alla grande, l’eccesso ha normalizzato l’inaccettabile, la provocazione continua ha spostato sempre più in là il confine di ciò che è tollerabile abbassando la soglia globale dei diritti. Forse Trump non è uno stratega politico nel senso classico del termine, ma il sistema che lo sostiene ha imparato a trasformare i suoi tratti più estremi in strumenti politici di enorme efficacia.

C’è poi un effetto mimetico: lo stile trumpiano non resta confinato a Washington ma viene osservato, e imitato altrove, leader più o meno autoritari scimmiottano le sue posture, scoprendo che l’eccesso paga, che la provocazione mobilita, basti pensare all’argentino Javier Milei. In questo senso Trump non è solo il presidente della nazione più ricca del pianeta, ma un contro-modello di leadership globale di un mondo fondato sui rapporti di forza e di convenienza, un mondo in cui il linguaggio naturale è proprio quello sboccato e prepotente del tycoon.

Così l’idea un po’ da b-movie del grande capo “matto da legare” che conduce il mondo verso la catastrofe mostra tutta la sua inconsistenza, la follia, se produce risultati, smette di essere una debolezza e diventa una ordinaria tecnica di governo. Non un disturbo che paralizza il potere, ma una modalità di esercizio del potere stesso, adattata a un ecosistema mediatico-politico che premia il rumore, la polarizzazione, la semplificazione violenta e che disprezza le vecchie regole democratiche. Tutto il mondo sta andando in quella direzione, altro che pazzia.