Negli ultimi anni, il termine maranza è entrato stabilmente nel lessico pubblico italiano. Nato come etichetta gergale, legata a contesti locali e a dinamiche giovanili specifiche, è stato progressivamente caricato di significati sociali e politici, fino a trasformarsi in una scorciatoia linguistica utile a indicare un presunto problema di ordine pubblico.
In questo passaggio, tutt’altro che neutro, una parola informale è diventata una categoria interpretativa, capace di orientare il dibattito pubblico e di influenzare le risposte istituzionali. Con maranza si finisce, così, per descrivere gruppi di giovani, spesso provenienti da contesti migratori o da famiglie di seconda generazione, associandoli in modo quasi automatico a comportamenti ritenuti aggressivi, incivili o criminali.
Al di là delle singole condotte, che esistono e che vanno affrontate con gli strumenti adeguati, il punto centrale è che maranza non descrive un fenomeno oggettivo ma costruisce un’immagine collettiva negativa che semplifica, generalizza e finisce per distorcere la realtà. Questa narrazione non è innocua. Ha avuto un effetto preciso e misurabile: spostare l’attenzione dalle responsabilità sistemiche dello Stato e delle istituzioni verso la colpevolizzazione di una categoria sociale indistinta.
Invece di interrogarsi sulle condizioni materiali, educative e giuridiche in cui crescono migliaia di giovani, il discorso pubblico preferisce concentrarsi su una figura simbolica, facilmente riconoscibile e altrettanto facilmente stigmatizzabile. I cosiddetti maranza diventano, pertanto, il volto visibile di un disagio che in realtà nasce altrove, molto prima dello specifico episodio di cronaca o del singolo comportamento deviante. Nasce in un fallimento profondo e prolungato delle politiche di integrazione, che in Italia non sono mai state davvero pensate come politiche strutturali di lungo periodo.
L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, ha storicamente trattato l’integrazione come un fatto spontaneo, quasi automatico. Si è dato per scontato che la presenza prolungata sul territorio, la frequentazione della scuola dell’obbligo e il rispetto formale delle regole fossero condizioni sufficienti a produrre inclusione. I fatti, però, dimostrano il contrario. Senza politiche attive, senza investimenti mirati e senza un riconoscimento pieno sul piano dei diritti, il semplice “stare insieme” non produce integrazione ma convivenze fragili, segnate da disuguaglianze persistenti.
Molti giovani cresciuti in Italia da famiglie migranti vivono, in realtà, una condizione di sospensione permanente. Sono italiani nei fatti, ma non sempre nel riconoscimento sociale e giuridico. Parlano italiano come prima lingua, frequentano scuole italiane, condividono immaginari, linguaggi e consumi culturali con i loro coetanei, eppure, allo stesso tempo, percepiscono un confine costante tra sé e la società maggioritaria. Questo confine non è astratto: è sociale, economico e simbolico. È fatto di quartieri periferici lasciati a se stessi, di scuole con meno risorse e maggiori difficoltà, di aspettative più basse da parte delle istituzioni e degli adulti di riferimento. È fatto di un mercato del lavoro che discrimina, che offre meno opportunità e che spesso trasmette il messaggio implicito che l’ascesa sociale non sia davvero possibile.
In questo contesto, l’identità di gruppo, l’ostentazione, la provocazione e, talvolta, anche il conflitto diventano forme di risposta. Quando mancano reali prospettive di mobilità sociale e di riconoscimento, l’appartenenza a un gruppo e la visibilità, anche negativa, possono trasformarsi in strumenti per affermare la propria esistenza nello spazio pubblico. È qui che il fenomeno etichettato come maranza trova il suo terreno di crescita: non come causa del disagio ma come uno dei suoi effetti più evidenti.
Parlare di devianza giovanile senza interrogarsi sulle condizioni che la producono non è mera semplificazione ma una scelta politica precisa. È più semplice invocare ordine, decoro e repressione che riconoscere apertamente che l’integrazione, così come è stata concepita e praticata, ha fallito. Ha fallito perché non ha investito con continuità nella scuola come spazio di inclusione reale e non solo formale. Ha fallito perché ha tollerato la segregazione territoriale e l’abbandono urbano, accettando che intere aree diventassero luoghi di marginalità cronica. Ha fallito, infine, perché ha separato rigidamente integrazione culturale e riconoscimento giuridico, come se si potesse chiedere appartenenza senza garantire pieni diritti. Dal punto di vista giuridico, questa ambiguità produce conseguenze rilevanti e durature. Il diritto, che dovrebbe fungere da strumento di inclusione e di riequilibrio delle disuguaglianze, viene sempre più spesso utilizzato come meccanismo di selezione e di esclusione.
Le recenti proposte politiche che mirano a irrigidire l’accesso alla cittadinanza, introducendo criteri vaghi legati al comportamento o a una presunta “integrazione culturale”, si inseriscono pienamente in questa logica. Si tratta di un approccio che sposta il problema sul piano morale e individuale, attribuendo ai singoli la responsabilità di un’integrazione che, in realtà, dipende in larga misura dalle strutture sociali e istituzionali. Questo orientamento apre la strada a un uso sempre più discrezionale del potere amministrativo. Concetti indeterminati e valutazioni soggettive rischiano di tradursi in decisioni arbitrarie, diseguali e potenzialmente discriminatorie.
Il principio di uguaglianza sostanziale, sancito dalla Costituzione, impone allo Stato non solo di trattare tutti allo stesso modo ma anche di rimuovere gli ostacoli che limitano la partecipazione piena alla vita sociale. Quando, invece, si costruiscono categorie implicitamente sospette, come quella dei “giovani non integrati”, si produce l’effetto opposto: si rafforza l’idea di una cittadinanza condizionata, sempre precaria, sempre da dimostrare. Tutto ciò contrasta tanto con i princìpi costituzionali quanto con gli obblighi internazionali in materia di non discriminazione e di tutela dei diritti fondamentali. Soprattutto, contribuisce a consolidare proprio quella marginalità che si dichiara di voler combattere.
Il fenomeno dei maranza, dunque, non è il segno di un’integrazione troppo permissiva ma il risultato evidente di un’integrazione fallita. È il prodotto di politiche deboli e spesso difensive, che hanno preferito provare a gestire la presenza piuttosto che costruire appartenenza. Finché il dibattito pubblico continuerà a concentrarsi sui comportamenti di alcuni giovani invece che sulle condizioni che li producono, il problema verrà semplicemente rinviato. L’etichetta potrà cambiare, così come cambieranno i bersagli simbolici, ma il conflitto resterà. Senza un ripensamento profondo delle politiche educative, sociali e giuridiche, l’integrazione continuerà a essere evocata come parola d’ordine, senza mai poter diventare una realtà concreta.