Il corsivo
Ora è il turno della macelleria, nell’ennesima bolla mediatica che qualifica come “spese pazze” le ipotesi di reato in inchieste giudiziarie spesso destinate al macero o a modeste conclusioni. Siamo passati, nei titoli preferiti di certi quotidiani, dalle auto blu, ai parrucchieri e le manicure, fino ai viaggi, ai biglietti dello stadio, per sfociare nella volgarità di champagne e “allegre donnine”. Non si finisce di abituarsi.
Il macellaio da cui il presidente dell’Autorità sulla privacy Pasquale Stanzione, indagato con gli altri membri del collegio per peculato e corruzione, si riforniva, non era mai entrato nell’elenco del lusso, le lombate ormai promosse al limbo di caviale e champagne. Non importa il fatto che il cibo acquistato dal negoziante e poi consumato in casa possa rientrare in un rimborso spese al pari di quello previsto al ristorante, proprio come il canone di locazione faccia il paio con il conto dell’albergo. Vuoi mettere il titolone sul filetto? Il fatto è che proprio questo tipo di scandalismo da quattro soldi nasconde in genere la povertà di argomenti su cui si basa l’accusa. Sono i tipici casi di fumo senza arrosto, o comunque con poca ciccia.
È casuale il fatto che, proprio nello stesso giorno delle clamorose perquisizioni della Guardia di Finanza a Roma negli uffici dell’Autorità sulla privacy, a Milano la Corte d’appello abbia (forse) messo la parola fine, nell’indifferenza dei più, a un grosso scandalo di sei anni fa, dal titolo accattivante quanto quelli sulle “spese pazze”, quello della “Mensa dei poveri”. La conclusione è di una sessantina di assolti, tra primo e secondo grado, e di 4 condannati. Ci ritorneremo, anche per ricordare le aperture di prima pagina dell’8 maggio 2019, il giorno successivo ai 43 arresti ora finiti in fumo. Il Corriere “Lombardia tangenti e arresti”, Il Fatto “Il centrodestra rinasce a San Vittore”, La Repubblica “Mangiano tutti”, Il Messaggero “Il sistema Milano”. Era un’inchiesta che riguardava Forza Italia, che aveva distrutto carriere come quella della giovane promessa cara a Silvio Berlusconi, Pietro Tatarella (oggi fa il falegname), e che aveva tentato di sporcare anche l’immagine del presidente Attilio Fontana. Tutto in polvere. E chissà come si sente la pm che aveva promosso l’inchiesta, Silvia Bonardi. Ricorrerà anche in Cassazione?