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Il commento

L’impegno dell’Anm per il No rappresenta uno sconfinamento di un attore non politico

Nel referendum del 22 e 23 marzo il nodo non è più la riforma, ma la postura dell’Anm e il ruolo di un potere non elettivo

16 Gennaio 2026, 10:43

L’impegno dell’Anm per il No rappresenta uno sconfinamento di un attore non politico

Antonino La Lumia (*Presidente Comitato per il Sì - Art. 111)

Nel referendum sulla separazione delle carriere, il dato politico-giuridico più interessante non riguarda più la riforma, ma la postura di una parte della magistratura. L’Associazione Nazionale Magistrati ha scelto di presidiare il fronte del No con un’attività tipica della competizione politica, non limitandosi a discutere le norme, ma ricorrendo a categorie - autonomia, indipendenza, garanzie - che nel nuovo testo costituzionale non sono intaccate. Una vera campagna: comunicazione, eventi, messaggi pubblici, frame identitari.

Il punto è sensibile: un potere non elettivo - e quindi privo di responsabilità rappresentativa - ha scelto di collocarsi entro la logica dell’agonismo politico. È un salto di categoria che incide sulla fisiologia del sistema, alterando la percezione pubblica. In una democrazia costituzionale, la magistratura trae legittimazione non dal voto, ma dalla terzietà, e - per questo - gode di un capitale istituzionale particolare: non compete, non persuade, non polarizza. È parte della giurisdizione. Quando invece entra nel campo della competizione, investe quel capitale e ne accetta gli effetti asimmetrici.

L’aspetto che colpisce è il piano simbolico. Il referendum verte sul processo penale e sulla coerenza tra funzioni requirenti e giudicanti; la campagna di una parte della magistratura lo risignifica come difesa dell’autonomia del potere giudiziario. È uno slittamento per spostamento di prospettiva: da un tema processuale a un tema identitario. Il risultato non è un semplice disaccordo, ma una distorsione epistemica del dibattito: non si discute ciò che la riforma fa, ma ciò che essa evocativamente rappresenterebbe. È una dinamica nota nella storia delle riforme istituzionali: il contenuto normativo soccombe alla narrazione di propaganda.

La questione più rilevante riguarda il rapporto tra poteri. Se un potere non elettivo agisce da attore politico senza essere soggetto a meccanismi di accountability, si produce una frizione strutturale. È uno spazio indistinto tra partecipazione e influenza, tra opinione e mobilitazione. È qui che il fenomeno assume rilievo meta-istituzionale.

Il referendum, strumento di decisione del corpo elettorale, si trova incrociato da un potere non rappresentativo, che contribuisce a definire il perimetro del conflitto senza assumere la responsabilità politica del risultato.

Il referendum del 22 e 23 marzo non deciderà sulla forza della magistratura, né sulla sua autonomia. Deciderà se il processo penale debba essere allineato a un modello in cui accusa e giudizio sono collocati in piani distinti e se il sistema di governo autonomo debba avere un nuovo assetto che assicuri equilibrio, eliminando il condizionamento delle correnti.

Sullo sfondo, resta un terreno di riflessione di non poco conto, che apre a considerazioni di più ampia gittata: il referendum viene filtrato da un potere che non risponde al corpo elettorale. È questione di teoria democratica, che tuttavia ha effetti molto pratici.