Venerdì 09 Gennaio 2026

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Caro professor Parisi, la riforma lascia intatta l’autonomia dei magistrati

Lettera aperta al premio Nobel per la fisica, che si è schierato per il No alla separazione delle carriere

08 Gennaio 2026, 19:12

09 Gennaio 2026, 10:44

Giorgio Parisi

Caro Professor Giorgio Parisi,

ho letto con attenzione la Sua intervista nella quale annuncia l’adesione al comitato per il No al referendum sulla riforma della giustizia. L’intervento, per la Sua autorevolezza e rigore intellettuale, merita rispetto e ascolto: come suo concittadino mi conceda una franca risposta nel merito delle questioni poste.

Lei afferma che il punto centrale del referendum è la tutela dell’indipendenza della magistratura. Mi permetto di rilevare che tale principio non è oggi posto in discussione. La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante non nasce per indebolire la magistratura, bensì per rafforzare la terzietà del giudice, che costituisce il cuore del giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione.

Il timore da Lei espresso, secondo il quale la divisione del CSM possa rendere la magistratura più debole e più esposta alle pressioni politiche può esser comprensibile, ma non ha alcun fondamento: i due organi di autogoverno, di Giudici e Pubblici Ministeri, saranno presieduti dal Presidente della Repubblica, massima autorità di garanzia costituzionale e ipotizzare un loro assoggettamento al potere esecutivo significa attribuire alla riforma un contenuto che essa non ha.

Analogo discorso vale per il sorteggio. Non è una svalutazione del merito o del prestigio, ma una risposta, forse drastica ma necessaria, a una degenerazione correntizia che negli ultimi decenni ha finito per politicizzare l’autogoverno della magistratura, condizionando carriere e scelte organizzative. Il sorteggio non elimina la competenza, che resta garantita dall’elevato livello professionale dei magistrati italiani, ma tenta di ridurre il peso delle appartenenze. Il forte dissenso su tale nuovo sistema induce una riflessione: quale è il motivo per il quale i magistrati non possono fidarsi dei colleghi designati per sorteggio, nel mentre i cittadini devono affidarsi loro, nella tutela dei diritti fondamentali, quali giudici o requirenti?

La scelta del voto non attiene quindi l’indipendenza della magistratura, in alcun modo posta in discussione, ma la decisione se mantenere nell’ordinamento un reliquato del ventennio fascista, una regola introdotta dal governo Mussolini e sopravvissuta alla Costituzione repubblicana per oltre ottant’anni, che rappresenta un’anomalia nel panorama delle democrazie occidentali.

La riforma oggi sottoposta a referendum non contraddice il disegno dei Padri costituenti, ma lo completa, rendendo finalmente coerente l’assetto ordinamentale con i principi costituzionali. Sono passati quarant’anni dall’introduzione del sistema accusatorio nel processo penale, che presuppone la separazione tra chi accusa e chi giudica. Lasciare irrisolta questa asimmetria significa accettare una riforma incompiuta.

Il referendum non chiede di scegliere tra magistratura e politica, né tra destra e sinistra. Chiede di pronunciarsi su un modello di giustizia. Dobbiamo, tutti, avere la forza di andare oltre l’attuale contrasto tra partiti politici, in quanto rischiamo di lasciare in eredità l’onere di realizzare l’attuazione dell’articolo 111 della Costituzione ai nostri figli.

Con stima.

Vittorio Minervini, Consigliere nazionale Cnf, Vicepresidente Fondazione dell’Avvocatura Italiana