Pensavamo - ingenui - che Kiev e Gaza fossero eccezioni. Due fratture locali nel grande racconto del mondo ordinato, regolato, multilaterale. E invece no: erano avvisaglie, i primi scricchiolii di una faglia ben più profonda. I segnali preliminari di un nuovo disordine globale che oggi si manifesta con maggiore chiarezza. E Caracas, con il prelevamento di Nicolás Maduro, è lì a ricordarcelo: non un incidente, ma un indizio molto chiaro di quel che sta accadendo e che potrà accadere nel prossimo futuro.
Ora, infatti, nel Grande gioco della geopolitica resta da capire che ne sarà di Taiwan e cosa accadrà a Teheran. Se anche lì la storia prenderà la piega che molti temono, non avremo più bisogno di interpretazioni raffinate: le grandi potenze hanno deciso di spartirsi (di nuovo) il mondo. In una forma nuova, certo, aggiornata ai tempi della tecnologia e delle diplomazie muscolari, ma anche antichissima. Insomma, il più classico dei neo-imperialismi aggiornato al tempo presente: sfere di influenza, zone franche per l’arbitrio, confini mobili tracciati con la forza.
Ma attenzione: Gaza, Kiev, Teheran e Caracas non sono la stessa cosa. Sarebbe intellettualmente disonesto affermare una cosa del genere. Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu hanno calpestato il diritto all’autodeterminazione e prodotto massacri di civili che resteranno come una macchia nella storia di questo periodo. Caracas, invece, era il feudo di un dittatore che aveva già devastato un Paese, ridotto alla fame un popolo, cancellato diritti e speranze. Contesti diversi, responsabilità diverse.
Eppure c’è un filo rosso che unisce tutto: la vittima è il diritto internazionale. Che non è una formula retorica da convegno, né un orpello per anime belle. È - o meglio, era - il tentativo faticoso, imperfetto, ma necessario, di dare regole comuni al mondo. Di imbrigliare gli appetiti imperiali, di frenare la tentazione eterna delle potenze di fare ciò che vogliono. Di difendere i popoli, il loro diritto alla pace, all’autodeterminazione, e a non diventare pedine sacrificabili.
La sua morte - o la sua irrilevanza - ci riporta indietro. All’era dell’arbitrio del più forte, della legge del cannone, del fatto compiuto come unica fonte di legittimità. È un ritorno al passato che sa di regressione civile prima ancora che politica. E a occhio e croce non è una buona notizia. Per nessuno.