Mercoledì 07 Gennaio 2026

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Il reato di apologia della mafia è solo propaganda

Sarebbero fuorilegge i famosi inchini alle case di persone discutibile e canzoni che esaltano il crimine

05 Gennaio 2026, 17:00

06 Gennaio 2026, 08:31

Il reato di apologia della mafia è solo propaganda

Alessandro Riello*

È stato recentemente presentato un ddl volto ad introdurre una nuova figura di reato, rubricato “apologia e istigazione relative al fenomeno della criminalità organizzata”, in cui la condotta incriminata è costituita dalla pubblica esaltazione di “princìpi, fatti o metodi propri della criminalità organizzata di tipo mafioso”, nonché dalla riproposizione di “atti o comportamenti, con inequivocabile intento apologetico, con lo scopo di determinare un concreto pericolo di commettere reati simili”.

Nella relazione di accompagnamento si chiarisce come lo scopo perseguito sarebbe quello di far assurgere al rango di condotte di per sé penalmente rilevanti azioni fra cui gli «inchini» innanzi alle residenze di personaggi legati alla malavita nel corso di processioni religiose, la pubblicazione di canzoni contenenti messaggi espliciti di esaltazione della criminalità, la diffusione di messaggi di apologia all'atteggiamento mafioso, trasfuso in stili di vita da emulare.

Detta iniziativa parlamentare suscita talune riflessioni.

Chi conosce il fenomeno mafioso sa bene che la repressione di ogni sua manifestazione è condizione necessaria - anche se non sufficiente - per una seria politica di contrasto alla criminalità, che spenga sul nascere ogni focolaio di propagazione della sua subcultura. Sarebbe dunque miope manifestare una idiosincrasia verso iniziative volte ad ampliare l’area del penalmente rilevante in questo settore.

Ciò che però stupisce e rattrista è la superficialità con cui il legislatore sembra approcciarsi alla preoccupante diffusione di atteggiamenti apologetici, specie fra i giovani, di tali stili di vita, che richiederebbe interventi di più ampio respiro.

Intendiamo che la sola attribuzione del crisma dell’illiceità penale a dette azioni rischia di apparire la più classica delle operazioni di facciata, in assenza di una parallela, incisiva strategia di contrasto all’illegalità in tutte le sue forme, che sembra mancare da tanti, troppi anni.

Cosa spinge oggi molti a vedere nel boss, nel narcotrafficante, talvolta anche nel delinquente di quartiere, un modello da emulare o anche solo da segretamente invidiare?

Si dirà che la colpa è del deserto valoriale che avvolge attualmente, in modo trasversale per censo, età e cultura, una schiera purtroppo tutt’altro che inconsistente di cittadini.

In realtà, il crescente appeal della figura del criminale non è semplicemente frutto di un imbarbarimento etico di cui vi è comunque – purtroppo - traccia in vasti strati della popolazione. Esso è invece determinato anche da uno Stato che, in tutte le sue articolazioni, non incoraggia la diffusione di modelli di vita fondati sul riconoscimento dei sacrifici, sull’istruzione, sulle virtù morali, ovvero su un complesso di valori collocato agli antipodi rispetto a quelli delinquenziali.

E’ notorio da decenni, purtroppo, che concetti come quello di meritocrazia sono stati declassati da principi cardine della collettività a meri slogan elettorali; altri, pensiamo a quello di “selezione”, addirittura banditi dal lessico corrente in quanto ritenuti non politically correct alla stregua di una stravagante e caricaturale concezione del principio di uguaglianza.

I giovani che, sulla base del solo precetto legislativo, dovrebbero rifuggire dai comportamenti apologetici di cui sopra, trascorrono anni sui banchi di una scuola che promuove tutti, preoccupata più della frustrazione causata da un da un cattivo voto ad uno studente mediocre che di quella, ben più grave e deleteria, in capo a chi vede i propri sacrifici parificati all’altrui indolenza.

Potremmo proseguire con un’impietosa analisi dell’istruzione universitaria, ove l’individuazione della classe docente non brilla per trasparenza e vengono elargite lauree con generosità talvolta eccessiva a ragazzi che, in assoluta buona fede, si illudono di essersi guadagnati un posto in paradiso, prima di scontrarsi con una realtà lavorativa fatta molto spesso di precariato e retribuzioni inadeguate.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anche i magistrati non sono esenti da colpe. Tanto per citare un esempio, il buonismo giudiziario nei reati cc.dd. di strada, talvolta trattati con atteggiamento snobisticamente perdonista, si colloca sulla falsariga dei precedenti e finisce per alimentare la rassegnazione di chi pensa che vivere onestamente sia inutile.

Intendiamoci: non riteniamo di assolvere chi impronta la propria esistenza all’imitazione di stili di vita criminali, imputando alle “istituzioni assenti” scelte individuali che sono e vanno considerate libere e, come tali, comportanti un’assunzione di responsabilità.

Ciò che deve essere chiaro è che i valori germogliano con azioni concrete e non perché solo protetti dalla minaccia di una sanzione penale. Molti cittadini sono stanchi di una politica che non affronta i problemi, ma si limita a “dare un segnale”.

Auspichiamo un netto cambio di rotta e una presa di coscienza da parte di tutti della centralità di questo tema per il futuro del paese, a meno di voler pensare che si sia consolidata l’idea per cui, come disse Ennio Flaiano, “la situazione è grave ma non è seria”.

* Magistrato – pubblico ministero presso la DDA di Catanzaro