Il commento
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è una questione che va ben oltre l’organizzazione interna della magistratura. Tocca, infatti, uno dei problemi classici della filosofia politica: come esercitare il potere senza trasformarlo in arbitrio. Votare sì al referendum sulla separazione delle carriere è, allora, una presa posizione a favore di un modello di giustizia fondato sulla distinzione delle funzioni, sulla terzietà del giudice e sulla tutela del cittadino di fronte al potere punitivo dello Stato. Il primo presupposto filosofico di questa scelta è una concezione realistica dell’essere umano.
Gran parte del pensiero politico occidentale, da Tucidide a Hobbes fino a James Madison, parte dall’idea che gli uomini non siano angeli. Madison, nel Federalist n. 51, afferma che proprio perché chi governa è mosso da interessi, passioni e appartenenze, occorre costruire istituzioni capaci di limitare e bilanciare il potere. Questo principio non nasce dalla sfiducia morale ma dalla consapevolezza della natura umana. Applicato alla giustizia, ciò si traduce nell’idea che non basta confidare nell’imparzialità soggettiva del singolo magistrato. Occorre creare condizioni strutturali che rendano l’imparzialità non solo possibile ma probabile e riconoscibile. La separazione delle carriere risponde a questa esigenza: non giudica le persone, organizza le funzioni in modo da ridurre i conflitti latenti e le pressioni sistemiche.
Il riferimento filosofico più noto è certamente Montesquieu. Ne Lo spirito delle leggi, egli afferma che la libertà politica consiste nella sicurezza, cioè nella certezza di non essere esposti all’arbitrio. Questa sicurezza si realizza solo quando il potere è diviso e bilanciato. Se chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso corpo, condividono la stessa carriera, le stesse valutazioni professionali e spesso la stessa cultura organizzativa, il rischio non è necessariamente quello di un abuso consapevole ma di una convergenza di prospettiva. Il giudizio rischia di diventare meno distante, meno critico, meno realmente terzo.Questa intuizione è rafforzata da riflessioni più recenti sulla conoscenza e sulle istituzioni. Filosofi come Thomas Kuhn hanno mostrato che i paradigmi possono influenzare il modo in cui i fatti vengono interpretati. Michel Foucault ha analizzato il legame tra sapere e potere, esponendo come le istituzioni producano visioni del mondo che tendono ad auto-rinforzarsi.
In questo senso, la vicinanza strutturale tra accusa e giudice può generare una “comunità interpretativa” che rende più difficile la distanza critica. Separare le carriere significa introdurre una frattura istituzionale che protegge il giudizio da questa deriva.Un secondo presupposto filosofico riguarda il principio di terzietà del giudice. In Kant, soprattutto nella Metafisica dei costumi, il diritto è ciò che rende possibile la coesistenza delle libertà individuali secondo regole universali. Perché ciò avvenga, il giudice deve essere terzo non solo nel foro interno ma nel suo ruolo pubblico. L’imparzialità, per Kant, non è una virtù privata ma una condizione oggettiva della giustizia. Se il giudice appare troppo vicino a una delle parti, anche solo per formazione e carriera, la sua decisione perde forza normativa agli occhi dei cittadini. Questo tema è centrale anche in John Rawls.
In Una teoria della giustizia, Rawls distingue tra la giustezza dei risultati e l’equità delle procedure. Una società pluralista non può basarsi sulla fiducia cieca nei decisori ma su procedure che persone ragionevoli possano riconoscere come eque. La separazione delle carriere rafforza questa equità procedurale, perché rende visibile la distanza tra chi esercita l’azione penale e chi giudica. La giustizia non deve solo essere imparziale, deve apparire tale.Dal punto di vista del liberalismo classico, il cuore del problema è il potere punitivo dello Stato.
Cesare Beccaria, in Dei delitti e delle pene, sottolinea che la punizione è il potere più invasivo che lo Stato esercita sui cittadini. Proprio per questo deve essere limitato e regolato. Beccaria temeva i sistemi in cui l’accusa tendesse naturalmente a trasformarsi in condanna. La distinzione netta tra chi accusa e chi giudica è una delle principali garanzie contro questa deriva.
Nel Novecento, Norberto Bobbio ha ribadito che lo Stato di diritto si fonda sulle regole, non sulle buone intenzioni. Per Bobbio, le garanzie formali non sono un ostacolo alla giustizia sostanziale ma la sua condizione. Il processo penale è il luogo in cui il potere dello Stato incide più profondamente sulla libertà individuale. Separare le carriere significa rafforzare quelle garanzie, evitando la concentrazione di funzioni e di potere simbolico. La tradizione repubblicana fornisce un ulteriore argomento.
Da Machiavelli fino a Philip Pettit, la libertà è intesa come non-dominazione. Un cittadino non è libero solo quando non subisce interferenze ma quando non è esposto a un potere che può interferire arbitrariamente. Un sistema giudiziario percepito come compatto, autoreferenziale e poco distinguibile al suo interno può apparire quale forma di dominio. La separazione delle carriere introduce pluralità, conflitto regolato, controllo reciproco. Riduce il rischio di un potere giudiziario percepito come monolitico.C’è, infine, un argomento etico, legato alla responsabilità istituzionale. Max Weber distingueva tra etica della convinzione ed etica della responsabilità.
Applicata alla giustizia, questa distinzione suggerisce che non basta credere nella rettitudine morale dei magistrati. Occorre costruire istituzioni che funzionino bene anche quando le persone sbagliano, cambiano o subiscono pressioni. La separazione delle carriere è una scelta di responsabilità: non si affida alla virtù, ma alle regole.Votare sì al referendum sulla separazione delle carriere non è un voto contro la magistratura, né per indebolire la giustizia. È la scelta di un’idea esigente di giustizia, che non concentra il potere ma che valorizza la distinzione dei ruoli e che tutela il cittadino. È una scelta coerente con una lunga tradizione filosofica che va da Montesquieu a Kant a Beccaria, da Rawls a Bobbio. Una tradizione che insegna che il potere, anche quando nasce con le migliori intenzioni, deve sempre essere limitato per poter essere davvero giusto.