In Al di là del bene e del male Friedrich Nietzsche afferma: «Quando si è presa la decisione di chiudere le orecchie anche al migliore degli argomenti in contrario, si ha un segno del forte carattere. Dunque un’eventuale volontà di stupidità». Il rifiuto di “ascoltare” o di “sentire” le ragioni dell’altro, in favore di slogan ad effetto fino alla volgarità estetica pur di affermare la propria forza egemone sia economica che (pseudo) culturale, contraddice la pratica di buon governo ed è la cifra di quella stupidità.
La classe politica mondiale ci mette al cospetto quotidianamente di minacce verbali, contumelie, discrediti anche gratuiti dell’avversario al quale non si è in grado di replicare con argomenti di contenuto, di sostanza, costruttivi. Il dibattito (o logomachia) è ad personam piuttosto che ad rem, e questo carattere della (falsa) “dialettica” produce un risultato sotto gli occhi di tutti: la disaffezione per la politica, l’arretramento rispetto al diritto-dovere di partecipare al voto, al cui rito formale e inutile l’opinione pubblica ritiene essersi ridotta la democrazia. U
n grande difensore della libertà come Norberto Bobbio in uno dei saggi più importanti della sua immensa produzione (Politica e cultura, ed. Einaudi) all’interno delle pagine Invito al colloquio ricorda il pensiero di Antonio Gramsci delle "Lettere dal carcere": «Comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni dell’avversario (e talvolta è avversario tutto il pensiero passato) significa appunto essersi liberato dalla prigione delle ideologie (nel senso deteriore, di cieco fanatismo ideologico), cioè porsi da un punto di vista critico, l’unico fecondo nella ricerca scientifica». È nota la querelle di Bobbio con Galvano Della Volpe sul concetto di democrazia nonché sul rapporto tra liberalismo e democrazia, ma il suo insegnamento del concetto di libertà come non impedimento e autonomia resta di un’attualità estrema e chiave di lettura dei fenomeni, in corso, di attacco delle istituzioni.
Ma l’idea di democrazia è da qualche tempo messa in discussione. Non è intesa più come rapporto dialettico. In contrario, l’avversario politico è un nemico, è il nemico che si presume tale nel primo momento in cui l’estraneo gli si rappresenta. L’avversario politico è un bersaglio che va colpito anche personalmente perché, banalmente, colpirlo serve a screditarne il ruolo di fronte all’opinione pubblica. È stato Carl Schmitt, a un livello certamente più sublime e con il rigore di argomenti logico-giuridici pari al suo ingegno, a teorizzare il rapporto amicus/hostis come elemento caratterizzante il politico.
Ha efficacemente scritto Hans Blumenberg che l’inimicizia è una categoria politica, mentre l’amicizia è una categoria antropologica. Si presume nemico chiunque si avvicini al proprio avversario. La direzione assunta nel mondo dalla classe dirigente (da quella politica a quella dell’economia) di affrontare muscolarmente le vicende politiche porta a traguardi pericolosi per la democrazia, della quale, da parti influenti del mondo, si proclama l’avvenuto esaurimento. La contrapposizione amico/nemico posta a base del concetto di politico conduce a una deriva inesorabilmente autoritaria: se non c’è contrapposizione non c’è politica e, in mancanza del riconoscimento del nemico, si è nemici di se stessi, afferma Schmitt: «Se una parte del popolo dichiara di non riconoscere più nessun nemico, ciò significa che essa si schiera, secondo la situazione del momento, dalla parte dei nemici e li aiutano».
Superare questa contrapposizione significa garantire il diritto internazionale e la cooperazione internazionale, nella prospettiva di ribaltare la concezione statualistica circa la fisiologica utilità della guerra allo scopo di preservare e affermare l’entità dello Stato. Una prospettiva, quella schmittiana, nettamente distante e opposta alla visione democratica di Alexis De Tocqueville, il quale nella Democrazia in America metteva in guardia il lettore (e i suoi connazionali) contro i pericoli del dispotismo nelle età democratiche: «Sono convinto che tutti coloro i quali, nei secoli in cui stiamo entrando, tenteranno di fondare l’autorità sul privilegio e sull’aristocrazia, falliranno», trattandosi di «far scaturire la libertà dal seno stesso della società democratica in cui Dio ci fa vivere». Tocqueville non mancò di rivolgere il pensiero anche a un altro segmento della società democratica e del settore in cui deve esplicarsi il senso della libertà, quello dell’informazione dell’opinione pubblica, quale strumento di affrancamento dalla servitù, di barriera rispetto al rischio della servitù: «La stampa è per eccellenza lo strumento democratico della libertà».
L’analisi e le profezie di Tocqueville hanno un contenuto di attualità straordinaria, a distanza di un secolo e mezzo, e offrono oggi le chiavi di interpretazione del mondo democratico e di salvaguardia del medesimo dal suo stesso interno. Sarà utile rileggere le parole finali della sua opera per comprendere come la democrazia non sia affatto una tecnica obsoleta e inutile, come i suoi capisaldi siano sempre la chiave della sopravvivenza della comunità al di là e contro le deviazioni autocratiche o addirittura dispotiche, per comprendere come: «La Provvidenza… traccia, come è vero, intorno ad ogni uomo un cerchio fatale da cui non può uscire; ma nei suoi vasti limiti l’uomo è potente e libero, e così lo sono i popoli. Le nazioni moderne non possono evitare che le condizioni diventino uguali; ma dipende da loro che l’uguaglianza le porti alla schiavitù o alla libertà, alla civiltà o alla barbarie, alla prosperità o alla miseria».